Affrontare la fase 3 con consapevolezza psicologica

Affrontare la fase 3 con consapevolezza psicologica

Ecco arrivare il mese di giugno e con esso anche l’inizio della Fase 3 dopo la quarantena imposta dal coronavirus.

Ora siamo chiamati ad  affrontare una  nuova sfida e cioè quella della ripartenza che non significa tornare al mondo così come lo abbiamo lasciato prima della diffusione della pandemia.

Dobbiamo imparare a convivere con il virus, attraverso una lenta e graduale ripresa delle principali attività lavorative e sociali, senza mai dimenticare le precauzioni sin qui adottate.

Dobbiamo ora trovare una rinnovata capacità di adattamento, non più all’isolamento ma alla convivenza con il virus, che richiede la capacità di essere flessibili.

Ci troviamo a sperimentare nuove emozioni come l’euforia per la ripresa, la paura del nemico ancora presente, l’ansia per la prospettiva di un allenamento delle restrizioni quando per alcuni è ancora troppo presto e la frustrazione per ciò che ancora non possiamo fare.

Impariamo ad accogliere tutte queste emozioni, ricordandoci che sono del tutto normali e fanno parte dell’esperienza di molti, non sono solo nella nostra testa. Riconosciamole come presenti, ma non come qualcosa di cui sbarazzarsi. Teniamole lì, né troppo vicine a noi rischiando così di venirne travolti, né troppo lontane, rischiando di negarle.

Per molti, la fase dell’isolamento ha costituito una opportunità unica di riscoperta di passioni interessi, hobby da tempo dimenticati, prima che la pandemia si appropriasse della nostra routine.

È utile non perdere ciò che è stato riscoperto, per noi, per i nostri cari, anche quando riprenderemo le attività lavorative e ludico-ricreative e la nostra vita tornerà ad essere piena come un tempo.

Per affrontare al meglio questa nuova fase, dobbiamo considerare quello che per noi è importante, ciò che rende la nostra vita ricca di valore e di senso e mettiamo in atto ogni giorno azioni concrete per vivere una vita piena di significato.

Manteniamo le buone abitudini che abbiamo intrapreso nel periodo di quarantena, come cucinare, leggere un buon libro, fare sport, dedicarsi alla cura di sé.

Tutte cose che abbiamo riscoperto quando la nostra vita si è fermata, ma se ci fanno stare bene, manteniamole anche in seguito. È importante concedersi del tempo da dedicare ad attività appaganti.

Entriamo in contatto con le nostre emozioni, anche quelle più spiacevoli, senza allontanarle, né esserne sopraffatti, riconoscendo che in un dato momento della giornata si sta provando quella emozione specifica. Ripetiamolo a noi stessi, se necessario, attraverso il dialogo interiore raccontiamoci quello che stiamo provando. Così facendo l’intensità dell’emozione provata piano piano si abbasserà, e saremo capaci di disinnescare qualsiasi reazione impulsiva dettata dalle emozioni che stiamo provando. In questo modo riusciremo a mantenere il controllo di noi stessi.

Ricordiamoci che siamo persone resilienti, capaci di fronteggiare le difficoltà in maniera positiva. La forza è dentro di noi, ma a volte siamo noi i primi a non accorgercene.

Non dimentichiamoci mai di agire responsabilmente, nel rispetto delle normative dettate dal governo, ricordandoci che il comportamento responsabile di ogni cittadino è l’arma a disposizione per fronteggiare il nemico comune, ancora presente.

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Gravidanza e coronavirus: come cambia la quotidianità delle mamme

Gravidanza e coronavirus: come cambia la quotidianità delle mamme

Spesso passano dei mesi, in alcuni casi addirittura degli anni, prima che il test di gravidanza riveli l’arrivo di un bambino. In quel preciso istante si viene investite da un vero e proprio tsunami emotivo, a seconda del proprio vissuto, possono emergere soprattutto emozioni positive di gioia, speranza e fiducia. Sembra quasi di toccare il cielo con un dito, tutto ciò che fino a poco prima era solo desiderato, immaginato, fantasticato, ora esiste e sembra quasi che il mondo intorno cambi forma.

Il primo trimestre è un momento di shock e di improvvisa necessità di assestamento sotto nuovi equilibri. Da un lato ci sono i cambiamenti ormonali che possono creare alla donna alcune difficoltà come stanchezza, nausea, cambiamenti di umore, dall’altro la delicatezza di questa prima fase della gravidanza non consente pienamente alla donna di gioire dell’evento che le sta capitando. È sicuramente il periodo in cui è più frequente l’ansia che qualcosa possa andar male.  Vi sono inoltre le preoccupazioni circa lo stato di salute del proprio bambino. Stati d’animo molto comuni sono la preoccupazione che il bambino cresca nel modo adeguato, che non abbia malattie genetiche, malformazioni o altre patologie.

Ma cosa succede se a tutto ciò si somma l’incertezza e il cambiamento dettati dall’epidemia da Coronavirus? Come cambia la quotidianità di una donna in gravidanza durante la quarantena? Affrontare il periodo della gravidanza durante l’isolamento da coronavirus può essere difficile  per le mamme in attesa. Sicuramente il rischio più grande è quello di essere sopraffatti da pensieri negativi che generano una maggiore ansia.

Vivere la gravidanza in quarantena non è certo una prova semplice per le donne incinte e i loro partner. Sicuramente c’è da sottolineare la difficoltà che si sperimenta anche per effettuare semplici visite o esami di laboratorio,da cui spesso purtroppo i papà sono esclusi per via delle nuove disposizioni. A questo si aggiunge la paura costante di contrarre il virus proprio perché si frequentano maggiormente studi medici e di analisi. Inoltre, da non sottovalutare poi il disagio di sperimentarsi dipendenti dai partner e poco autonome, uscire per fare la spesa diventa un miraggio e non più la quotidianità! Così come diventa problematico uscire per una passeggiata, e addirittura impossibile fare un giro per i negozi..magari per entrare proprio in quelli che vendono abbigliamento da bambini…così giusto per sognare un po’!

Allo stesso tempo è utile cogliere di questa situazione anche il lato “positivo”. Intanto il primo passo per non lasciarsi sovrastare dall’ansia e lo stress che questi momenti di isolamento possono portare, è quello di focalizzarsi sul qui e ora. È importante pensare al presente, cercando di approfittarne e coglierne anche i lati postivi. È utile concentrarsi sul bambino, perché durante la gravidanza mamma e figlio riescono a creare una sintonizzazione particolare. In effetti questo tempo a casa può servire per comunicare più intensamente con il bambino, attraverso la voce o il tocco delle mani. È possibile riposare quando il corpo lo richiede così da assecondare i propri ritmi che sono ormai cambiati, senza però tralasciare di praticare esercizio fisico. Il movimento, così come la respirazione  oltre ad essere canali di comunicazione con il bambino, aiutano a ritrovare un po’ di benessere e ad entrare maggiormente a contatto con il proprio bambino.

Infine la necessità, dettata dalla quarantena, di condividere uno spazio e un tempo condiviso con il proprio partner permette di creare un’alleanza di intenti tra i genitori. In questi momenti può essere d’aiuto cominciare a immaginare quello che sarà, consolidando il gioco di squadra che la coppia farà successivamente. Parlare di come verrà gestito il bambino è un’occasione per rafforzare il rapporto e supportarsi reciprocamente. In questo modo anche i papà che a volte sembrano avere un ruolo marginale durante la gravidanza, possono invece vivere questa avventura con maggiore vicinanza e partecipazione.

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Ti amo, ma quanto ti amo! Sarà ancora vero dopo la convivenza forzata?

Ti amo, ma quanto ti amo! Sarà ancora vero dopo la convivenza forzata?

La convivenza ai tempi del coronavirus è cosa tutt’altro che semplice.  La vita sociale, le relazioni amicali, il lavoro, gli hobby rappresentano per la coppia un vero e proprio elisir di lunga vita. Durante questa quarantena obbligatoria però le coppie si trovano a fare i conti solo con se stesse, private di  stimoli e distrazioni esterne, dovranno far leva solo sulle proprie risorse. Allora come affrontare al meglio questo periodo di convivenza forzata dovuta all’emergenza Coronavirus?

Innanzitutto è utile cercare di mantenere una ruotine, ricostruendo una quotidianità molto simile a quella pre-emergenza; curare il proprio aspetto è essenziale ,e mantenere uno stile alimentare  il più possibile sano. In questo modo saremo di supporto e ispirazione anche per il partner.

È altresì importante condividere emozioni e preoccupazioni con il proprio partner. Questo momento così triste può essere una buona occasione per approfondire o recuperare un’interazione che forse non eravamo più abituati ad avere, sopraffatti dagli impegni della quotidianità lavorativa.

È necessario conservare uno spazio privato sia di tempo che di luogo, per mantenere saldo il rapporto di coppia è importante ritagliarsi uno spazio individuale nel quale potersi dedicare alla cura di sé, all’attività fisica, alla lettura di un libro o comunque a tutto ciò che fa stare bene la persona. L’importante è che si tratti di un luogo e di un momento completamente privato.

È fondamentale continuare ad interagire, anche se a distanza, con amici e parenti, da soli o in coppia, per condividere le proprie emozioni, sorridere di questa particolare condizione, ma anche riconoscersi nelle problematiche altrui, per sentirsi meno soli.

Durante i momenti di discussione, che possono facilmente generarsi in una condizione di convivenza forzata, il consiglio è quello di non perseverare nel conflitto per evitare di arrivare a una escalation della rabbia. Il partner più incline alla riconciliazione deve imparare a non raccogliere sempre il guanto di sfida, e magari disinnescare la lite con un tocco di leggerezza.

Una suddivisione chiara dei compiti aiuta ad organizzare la giornata, ma può anche trasformarsi in un divertente gioco di ruolo. Così, per esempio, se normalmente il marito rientra più tardi dal lavoro e trova la cena già pronta in tavola, in questi giorni potrebbe essere lui ad occuparsi della cucina. Se di solito è il papà che gioca con i bambini, passare alla mamma la palla di intrattenitrice aiuterà a rompere la routine.

È bello riscoprirsi compagni di giochi, cercando di colorare l’emergenza con un po’ di sano divertimento, via libera ai giochi da tavolo, ma anche ai videogiochi, purché condivisi con il partner o con i figli, karaoke e corsi di ballo online. Liberare endorfine aiuterà ad affrontare al meglio la crisi.

Infine, ma non per ultimo ricordiamo di tutelare la sessualità di coppia, seppure passare troppo tempo insieme puo’ far affievolire l’appetito sessuale, ricordiamoci che la sessualità preserva la relazione, poiché producendo ossitocina, si rinforza il legame.

Essere in coppia significa prima di tutto ascoltarsi, accogliersi e rispettare le diversità, dare vicinanza e conforto all’altro, soprattutto significa non dimenticarsi mai di essere una squadra.

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Coronavirus: come cambiano le nostre abitudini di vita

Coronavirus: come cambiano le nostre abitudini di vita

La quarantena imposta a noi tutti dal Coronavirus ha raggiunto ormai quasi un mese ed è stata ulteriormente prorogata a dopo Pasqua aumentando stress e preoccupazione. Tutto nella nostra vita è cambiato, siamo a casa, insieme a tutta la famiglia, spesso anche in spazi ristretti, le uscite consentite sono solo quelle strettamente necessarie (spesa e salute), mentre  aumentano le notizie che ogni giorno raccontano di un numero di morti e di contagiati crescente, tutto questo amplifica il senso di inquietudine e ansia. Per poter affrontare questo momento potrebbe aiutare: adottare un atteggiamento costruttivo, organizzarsi restando sensibili ed aperti alle opportunità che la vita può offrire in ogni situazione,anche negativa, senza alienare la propria identità.

Abbiamo inoltre la preziosa occasione, oltre a provare semplicemente a rilassarci, di imparare anche ad annoiarci un po’. Questo tempo ritrovato può essere un buon momento per riorganizzare il nostro quotidiano dando dignità ad ogni aspetto della giornata evidenziando piccoli gesti ed abitudini regalando loro spazi e tempi differenti come ad esempio il rito della colazione o la cura del nostro corpo. Per liberarsi dal carico di emozioni che sicuramente proviamo in questo momento è utile innanzitutto saperle riconoscere per ciò che sono (ad esempio: “mi sento spaventato” oppure “mi sento triste”) e poi provare a lasciarle andare, senza tentare di risolverle o controllarle. Per avere informazioni circa la situazione di pandemia da coronavirus è utile limitarci a consultare le fonti ufficiali, evitare il passaparola e aggiornarsi una/due volte al giorno sull’evolversi della situazione. Cercare di mantenere degli orari lavorativi il più possibile definiti anche in smart-working e se possibile concedersi uno spazio e un tempo per una sana attività fisica che determina benefici sulla nostra capacità di concentrarci, sull’umore, sul sonno e in generale sul benessere psicologico, aiutando a scaricare la tensione, liberando endorfine, e
spostando l’attenzione dal rimuginio alle sensazioni corporee.

Utilizza questo tempo sospeso per dedicare del tempo per chiamare un amico o passare del tempo con le persone con cui magari condividi la quarantena (quante volte ti sei detto: dovrei passare più
tempo con i miei familiari?). e se sono presenti dei bambini è importante spiegare loro questo nostro particolare presente, senza mentire. Le bugie creano confusione e paura. Certamente le parole e i mezzi da usare devono essere adatti all’età del bambino ed essere rispettosi delle diverse fasi evolutive. Parole semplici, immagini, giochi, filmati appropriati possono aiutare i bambini a elaborare la situazione in base alle proprie capacità di comprensione. Con gli adolescenti  bisogna parlarle e condividere le fatiche e i dolori. Diamo loro dei compiti in casa adatti alle loro capacità e i loro talenti all’interno di un programma familiare condiviso. Lasciamo degli spazi virtuali privati e preservati per la loro intimità. Nonostante il coronavirus abbia reso la realtà intorno a noi decisamente dai contorni  meno nitidi, è importante ritagliarsi momenti durante i quali non pensare all’emergenza, ma parlare d’altro, fare altro. Questo non solo ci consente di mantenerci il più vicino possibile alla quotidianità, ma anche di rivivere quelle emozioni positive che sembra abbiamo dimenticato.

Re-impariamo dunque ad organizzare la nostra giornata, dandole comunque un
significato e uno scopo, trasformandola nell’occasione per scoprire ciò a cui
teniamo di più. In una società che ha perso di vista l’oggi, concentrandosi su scadenze da
rispettare e appuntamenti da programmare, dobbiamo imparare ad accettare
che ci si può fermare e rimandare.

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Paura del contagio: cos’è la psicosi collettiva.

Paura del contagio: cos’è la psicosi collettiva.

Il 9 gennaio 2020 l’OMS ha dichiarato che le autorità sanitarie cinesi hanno identificato un nuovo ceppo di coronavirus mai identificato prima nell’uomo: il 2019-nCoV. Il virus è associato a un focolaio di casi di polmonite registrati a partire dal 31 dicembre 2019 nella città di Wuhan, nella Cina centrale. Il 30 gennaio 2020  il Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato il focolaio da nuovo coronavirus 2019-nCoV un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.

E sempre il 30 gennaio, i primi due casi confermati in Italia. Due turisti cinesi in viaggio a Roma sono ora ricoverati all’ospedale Spallanzani nella capitale. L’Italia blocca i voli da e per la Cina. Ma non lasciamo che il nostro inconscio trasformi la paura del virus in paura dei cinesi. La nostra mente tende ad individuare “un nemico”. Si tratta di un meccanismo di proiezione all’esterno di ciò che ci spaventa e ci angoscia. Proiettiamo la nostra paura sull’altro: “Io ho paura di morire, il virus è nato in Cina, il virus mi può far morire, io ho paura dei cinesi”. Ma come nasce la psicosi che, troppe volte, non sappiamo controllare anche quando i dati di realtà raccontano una storia diversa rispetto a quella che percepisce la nostra mente? Per spiegare questo fenomeno è bene partire dal panico e dalla paura che sono emozioni negative travolgenti e ad alto rischio di contagio. Quando in un gruppo compare la paura o, ancora di più il panico, le persone tendono a imitare le azioni di chi hanno vicino. La paura affievolisce il ricorso al giudizio e provoca azioni immediate, non necessariamente finalizzate in modo funzionale. Le emozioni negative come le emozioni positive quando si è in un gruppo sono amplificate. La massa, infatti, favorisce l’attenuazione del giudizio e della responsabilità per cedere il posto a comportamenti collettivi spesso aggressivi e violenti. Sono note le reazioni di contagio e l’attenuazione della responsabilità nella massa: quando si è in gruppo ci si abbandona a comportamenti che in solitudine non troverebbero luogo.

Fin da neonati di fronte ad angosce molto forti mettiamo in atto meccanismi di difesa che ci proteggono da eventuali pericoli esterni. Tutto questo avviene in maniera del tutto inconsapevole. Ecco, quando si scatena un’angoscia molto forte – come può essere la paura della morte che sta creando la minaccia del Coronavirus – la nostra mente tende ad individuare “un nemico”.

Ma c’è un dato di realtà, il focolaio del virus è la città di Wuhan nella regione dell’Hubei.
Si, ma gli altri dati di realtà con cui bisogna fare i conti, per esempio, sono il numero dei decessi contenuti, il fatto che si siano manifestati pochi casi al di fuori della Cina. Non possiamo permettere che una paura si trasformi in psicosi. Perché se ci lasciamo controllare dalla paura tendiamo poi ad individuare come colpevole l’intera popolazione cinese. Li consideriamo un popolo pericoloso. E questo è assurdo e inaccettabile perché, a farci caso, è lo stesso e identico costrutto mentale e ragionamento che viene usato contro gli immigrati o che è stato usato per legittimare l’olocausto. Quando il meccanismo di proiezione diventa rigido e si individua essenzialmente nell’altro il pericolo si passa dall’assumere legittime precauzioni a sviluppare una vera e propria paranoia.

Bisogna considerare i dati di realtà. Essere oggettivi. Perché se non conteniamo la paura si innesca un meccanismo di cui non ci rendiamo conto. Da qui la psicosi da individuale può divenire collettiva. E se questo meccanismo si estende a livello sociale può diventare molto pericoloso.

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Amare i propri figli….non solo con l’amore!

Amare i propri figli….non solo con l’amore!

Le rivendicazioni egualitraie del ’68 diffusero l’idea che i bambini vanno rispettati e ascoltati. Nell’’89, con l’adozione della Convenzione Internazionale dei diritti dell’infanzia, il bambino fu riconosciuto come una persona giuridica che può fare intendere i suoi diritti e partecipare alle decisioni che lo riguardano.

Questo cambiamento però non è sempre stato correttamente interpretato: le maggiori attenzioni  hanno portato molti a richiedere il parere dei figli su tutto, e ad ascoltare il loro parere anche quando non era necessario. Con la trasformazione dello stile educativo da autoritario ad affettivo la preoccupazione dominante è diventa tata quella di dare amore e di attendersene in cambio.

Tutto ciò  però ha reso i genitori sempre più ansiosi, timorosi di sbagliare e troppo cedevoli  di fronte a malumori e richieste assurde. Ci si è dimenticati che i bambini sono bambini, e no “piccoli adulti” che per  costruire una propria identità hanno bisogno di un quadro educativo  fornito dai genitori. Se un tempo i bambini crescevano intimoriti e impauriti, oggi grazie ad un progressivo permissivismo, sono molti i bambini che non rispettano né le regole, né gli adulti, disobbediscono e si comportano maleducatamente a casa e a scuola. A volte gli eccessi di questi bambini sono la conseguenza di una carenza educativa precoce, risalente ai primi anni di vita. Troppo spesso assenti, alcuni genitori, seppur tolleranti e ben disposti, hanno difficoltà a seguire i figli. Altri, convinti dell’importanza di un quadro educativo strutturante non riescono però a farlo rispettare. Alcuni invece optano per uno scambio ragionevole, tipo adulto-adulto, non considerando che un bambino in età prescolare manca di esperienza e di una visione d’insieme per cui l’unico obiettivo è ottenere ciò che vuole.

È allora necessario fornire si , un’educazione affettiva, basata sui sentimenti e sull’accettazione reciproca, ma correlata da una dimensione normativa. Amare i propri figli non significa dunque solo essere teneri . Affermare che si ama un bambino quando non si ha per lui alcun progetto di vita, non ci si impegna ad insegnargli il mondo con le sue leggi, non ci si preoccupa della sua vita sociale né di ciò che lui sente, non è sufficiente. I genitori hanno un dovere educativo, il che significa che all’amore-tenerezza va affiancato l’amore-fermezza, ovvero la capacità di essere affettuosi , gentili, e allo stesso tempo fermi e coerenti  a tal punto da riuscire ad individuare regole chiare, adatte all’età e alle caratteristiche del proprio figlio e poi di attenervisi senza arrabbiarsi, ma anche senza mostrasi cedevole, deboli o troppo indulgenti. La presenza di regole dà ai bambini la percezione di coerenza e stabilità, una condizione che li fa sentire bene, sicuri e protetti. L’amore-fermezza  ha come obiettivo l’acquisizione di una progressiva autonomia e fiducia in se stessi che permette ai bambini di recuperare il senso del limite e ritrovare la ppropria posizione di bambino.

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Ferite narcisistiche: quale nesso con l’autostima?

Ferite narcisistiche: quale nesso con l’autostima?

La mancanza di autostima genera uno stato di malessere,di disagio, di sofferenza… è vivere in uno stato di continua tensione, di ansia, di vergogna, di impotenza, di non valorizzazione delle proprie potenzialità… la mancanza di autostima è vivere con difficoltà…

L’autostima è la spina dorsale della nostra psiche , perché ci da forza  che ci mette nella condizione di affrontare  con spirito di intraprendenza, di pro attività  di ottimismo, di  audacia le sfide della vita. Tutto ha inizio con  il narcisismo primario. La parola narcisismo  spesso viene usata negativamente, ma il narcisismo è la costruzione della nostra identità. Ecco perchè quando soffriamo di carenza di autostima, dobbiamo parlare di ferite narcisistiche cioè viene a mancare quella pelle psichica che va a costruire il senso della nostra identità, il valore della nostra persona.

La prima e più profonda ferita narcisistica deriva da una sensazione di rifiuto della propria venuta al mondo, che può essere stata registrata già a livello intrauterino. Ad esempio madri depresse, poco empatiche  possono trasmettere un senso di rifiuto nei confronti del neonato. L’empatia è fondamentale per lo sviluppo dell’autostima del bambino poiché  se la madre sente ciò che sente il neonato, il bambini si sente accolto e compreso nei suoi bisogni.

Fin da bambini riusciamo a registrare nel nostro corpo il tipo di relazione che abbiamo avuto con i nostri genitori attraverso il linguaggio tonico-emozionale: quando ci sentiamo accolti noi ci sentiamo bene e c’è un rilassamento neuromuscolare che è alla base delle nostra vita intima. Quando ci possiamo abbandonare sentiamo che ci possiamo fidare ed affidare all’altro. In caso di tensione c’è invece una tensione neuromuscolare: il dolore ci fa provare rigidità. Quando non abbiamo provato la sensazione di accoglienza e di accettazione  proviamo vergogna, che ci dà un sensazione costante di disagio,di inadeguatezza, che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in noi. Sentiamo di non avere diritto di non occupare un posto nel mondo che crea inibizione paralizzante fino a farci diventare quasi invisibili.

Il narcisismo primario deve poi trasformarsi in narcisismo secondario: si passa dall’autocentrismo all’allocentrismo. Il  bambino si apre alla realtà esterna e inizia una fase di diminuzione nella richiesta di attenzione su di sé, poiché si sente sempre più attratto da ciò che di diverso esiste al di fuori del suo ego. Questo avviene attraverso il rispecchiamento, costruiamo legami attraverso i modelli genitoriali, parentali ed educativi. La spinta ad uscire dal narcisismo primario ci viene fornita dall’ambiente esterno, se il bambino non ottiene questa forza centrifuga rimarrà centrato su di sé e avrà difficoltà di relazioni e dia accettare le logiche frustrazioni della vita.

Un’altra ferita narcisistica deriva dall’essere vissuti in ambienti dove non veniva valorizzata la nostra individualità e dove non si era sostenuti nello spirito di intraprendenza, con conseguente blocco dell’autonomia e della fiducia ad agire secondo le proprie potenzialità. I bambini amano essere curiosi perché  è in fin dei conti sono esploratori del mondo e se si è costantemente bloccati non si sarà in grado  di sviluppare la fiducia nei propri mezzi per potersi auto realizzare. Quando non veniamo confermati nel nostro “essere così come siamo”  siamo vittime di una deprivazione narcisistica.

Un terzo livello di ferita narcisistica deriva dall’aver subito umiliazioni e vessazioni dall’ambiente esterno ( spesso la scuola è il luogo dove ciò avviene più frequentemente).

Tutte queste esperienze di ferite si andranno a fissare nel nostro sistema limbico e riaffioriranno ogni volta che si ripeteranno esperienze simili al trauma subito. Un percorso terapeutico può aiutare la persona a contattare il vero Sé poichè le persone soffrono quando non sono autentiche.  Esprimersi e comunicare con autenticità indica uno stato di salute emozionale e questo ci permette di conoscere davvero chi siamo rafforzando la nostra identità sviluppando quindi  la nostra autostima.

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Chi trova un amico trova un tesoro…ma è sempre vero?

Chi trova un amico trova un tesoro…ma è sempre vero?

Chi trova un amico trova un tesoro… Recita così un vecchio proverbio, di vero c’è che chi trova un vero amico trova una grande risorsa per il proprio benessere psicologico. L’amicizia tra due persone o all’interno di un gruppo è una risorsa immensa. L’amicizia si basa sull’aiuto reciproco, sul sapersi mettere da parte per lasciare spazio “emotivo e psicologico” all’altro. L’amicizia è sinonimo di fedeltà e di felicità. Tutto questo non può che far bene. Ma come tutte le cose, a volte, dietro ad un comportamento si cela qualcos’altro e l’amicizia non fa eccezione.

Spesso non siamo circondati da buoni amici ma solo da persone che ci usano, ci manipolano oppure da persone a cui non possiamo affidarci perché l’amicizia vuol dire anche fiducia.

Quando inizi a frequentare una persona in amicizia dovresti stare attento se questa ti cerca solo quando gli serve qualcosa, se cerca di manipolarti, oppure se ti cerca quando si sente solo e non ha nessuno con cui uscire. Questi sono campanelli d’allarme che non dovresti mai sottostimare, perché colui che stai frequentando non ha le caratteristiche per diventare una persona fidata ed essere un potenziale amico.

Vediamo quali sono le persone da cui è meglio stare alla larga evitando di farle entrare nella cerchia delle amicizie.

I bugiardi e le persone false. Tutti abbiamo raccontato bugie nella nostra vita, ma i bugiardi patologici, cioè quelle persone che creano un mondo di menzogne, sono persone che è meglio evitare. Anche le persone false, quelle che non sono sincere, è meglio non farle rientrare nella cerchia delle amicizie. I bugiardi patologici e le persone false di sicuro prima o poi ti feriranno e lo faranno pienamente consapevoli di ciò che stanno facendo. Per loro non sei importante e non hanno nessuna empatia nei confronti degli altri, perché sono troppo concentrati a mantenere alta la propria autostima.

I manipolatori. Chi sono le persone manipolatrici? Sono tutte quelle persone che cercano, con l’inganno, l’adulazione e varie strategie, di farti fare quello che vogliono loro e non permettono di esprimerti per quello che sei. È sempre meglio stare lontani dai manipolatori perché non c’è nulla di più brutto di essere manipolati e non esserne consci. Nessun manipolatore potrà mai dimostrasi un vero amico perché  l’amicizia non si basa sulla manipolazione.

Gli indiscreti. Le persone indiscrete o, se mi passate il termine, i “pettegoli” non sono proprio degli amici. Come sempre bisogna fare delle distinzioni, perché a tutti è capitato di dire qualcosa che era meglio non dire sul conto di qualcun altro. Questo non vuol dire essere pettegoli, perché il vero maldicente è quello che cerca di farsi notare e cerca di diventare importante solo attraverso il pettegolezzo. I pettegoli sono quelle persone che ti fanno credere di essere tuo amico solo per carpirti dei segreti e, successivamente, dirlo agli altri perché chi possiede un segreto ha un potere. Vogliono il potere e lo ottengono a scapito degli altri.

Le persone negative croniche ed i pessimisti. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Forse non è sempre vero ma di sicuro noi apprendiamo molto per imitazione. Questo sistema di apprendimento è molto più forte di quanto tu possa immaginare. Per questo motivo è meglio stare lontani dalle persone negative e pessimiste in modo patologico perché si dimostreranno vampiri d’energia e l’energia la prenderanno da te. Queste persone non ti permetteranno di crescere e di aspirare a qualcosa di più elevato perché, come dico sempre ai miei pazienti, non è importante farcela ma credere di farcela.

Per concludere, voglio dirti che un vero amico lo riconosci perché ti accorgerai di lui lungo il tuo cammino. Ti accorgerai che è sempre stato al tuo fianco, nei momenti belli e in quelli brutti. Quando ne avevi bisogno, sapevi che potevi farci affidamento e non ti ha mai chiesto o detto qualcosa per il semplice tornaconto personale. Un vero amico è quella persona che sa fare un passo indietro quando serve ma è sempre pronto a tenderti la mano.

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Il  copione di vita nella favole dell’infanzia

Il copione di vita nella favole dell’infanzia

Nella vita di ciascuno, gli eventi drammatici e i diversi ruoli che vengono appresi, approvati e poi recitati,sono all’origine tutti determinati da un copione. Un copione psicologico ha una straordinaria somiglianza con un copione teatrale. Entrambi hanno un determinato cast di personaggi, un dialogo, atti e scene, temi e complicati intrecci  che si snodano verso un momento culminante e terminano con il calare del sipario. Il copione psicologico è un programma di vita di una persona che ne stabilisce la meta e il modo di raggiungerla; è un dramma che la persona recita compulsivamente, anche se può esserne vagamente consapevole. Il dramma della vita inizia dalla nascita, le istruzioni del copione vengono poi programmate attraverso le transazioni tra genitori e bambini. I ruoli che generalmente si sceglie di portare in scena sono tre: Vittima, Persecutore e Salvatore. Crescendo, il bambino impara a recitare una di queste parti: eroi, eroine, malvagi, vittime e salvatori e inconsciamente cerca altre persone che recitino i ruoli complementari. Il copione di una persona  si riflette spesso in favole nelle quali compaiono non solo i fondamentali ruoli manipolativi ma anche la trama secondo cui questi ruoli vengono recitati. I persecutori delle fiabe sono impersonati per lo più da matrigne cattive,streghe, orchi, lupi feroci, draghi o altre bestie feroci. Le vittime sono ranocchie, trovatelli, belle addormentate, piccole fiammiferaie, brutti anatroccoli e altri piccoli infelici. I salvatori sono fate buone, generosi folletti, maghi o principesse e principi affascinanti. Per poter essere salvata, una vittima ha bisogno di un salvatore. Una famosa favola in cui è evidente la funzione complementare di vittima e salvatore è la fiaba La Bella e la Bestia. La Bella a differenza delle sorelle egoiste, non pretende nulla per sé e quando il padre cade in rovina si sacrifica, facendo anche i lavori più umili. Quando il padre viene rapito dalla Bestia deve accettare di consegnarle sua figlia. Benché estremamente brutta la Bestia è molto gentile (il bravo ragazzo) e quando Bella si ammala, la sposa…ed ecco che accade il miracolo: La Bestia si trasforma in un incantevole principe. Una giovane donna che abbia questo copione, si costruirà l’idea, tratta dalle prime esperienze con il padre, che tutti gli uomini siano bisognosi della sua devozione. Una Bella moderna può quindi scegliere un marito “indegno”, una “bestia”, che può essere di sgradevole aspetto,alcolizzato, drogato, pieno di debiti, o nei guai con la legge. Allora Bella scopre che la magia non avviene più e può scegliere o di sacrificarsi e restare con la Bestia, o divorziare e cercare un’altra Bestia da salvare. Da parte sua la Bestia può aspettare un nuovo Salvatore o prendere l’iniziativa e la responsabilità della propria vita.

Un altro classico delle fiabe è Cenerentola, la vittima che si offre a fare da serva in casa ed è circondata da persone crudeli. Il suo primo Salvatore è una fata madrina che grazie ai suoi doni le permette di andare alla festa. Qui Cenerentola incontra un altro Salvatore: il principe. Una cenerentola moderna che reciti la parte di perdente, accetta per lo più un lavoro che lei stessa considera  servile, facendo ciò che riconosce di competenza altrui. E si convince che se avesse più soldi, vestiti migliori, se frequentasse posti più in potrebbe conquistare un principe e vivere una vita migliore. Le moderne Cenerentole sono coloro che sono incastrate in un lavoro che non piace aspettando un principe che forse non arriverà mai.

C’è poi la favola del Principino storpio,dove il principino a causa di una sua deformità viene rilegato in una torre, qui arriva una fata che gli regala un orologio ch egli permette di ” prendere il volo”  e viaggiare verso terre sconosciute. Il Principino moderno può essere chiunque non si senta totalmente accettato, chiunque senta di non appartenere a niente e nessuno e che può trovare rifugio nella droga, nell’alcool o in qualsiasi altra dipendenza che assomigli all’orologio della favola.

Nella vita quotidiana c’è chi sceglie di isolarsi come Robinson Crusoe, chi lotta contro i “mulini a vento” come Don Chisciotte, chi “vola” al salvataggio di tutti come Superman, chi si rifiuta di crescere come Peter Pan, chi si trova continuamente coinvolto in situazioni banali o drammatiche come la prima donna di un melodramma.

E tu da quale favola ti senti maggiormente rappresentato? Quale personaggio preferisci? Prova a ricordare la favola che durante la tua infanzia più ti piaceva, spesso è quella in cui ci identifichiamo e sulla quale abbiamo costruito in nostro copione di vita.

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Madre e figlio maschio: come nasce il complesso materno

Madre e figlio maschio: come nasce il complesso materno

Un forte complesso materno si sviluppa quando la madre è il genitore che lascia nel figlio la maggior impronta di sé. Ciò non significa che la madre sia effettivamente la personalità più forte, può semplicemente significare che il figlio ne rimanga più colpito o che si senta più vicino a lei che non al padre. Se l’influenza materna è positiva, il figlio sviluppa un complesso materno positivo; se invece l’influenza è negativa, ne deriverà un complesso materno negativo. È importante saper che ogni uomo sviluppa un complesso materno sia esso negativo o positivo, e che in questo non vi è nulla di patologico. Il complesso rappresenta la prova del modo in cui un uomo ha reagito ai propri genitori. Secondo questo modello organizzerà poi il proprio modo di reagire al sesso opposto.

Di solito il complesso si manifesta negli uomini sotto forma di fantasie romantiche, irreali, per lo più sessuali. È identificabile, per esempio nel corso della pubertà, quando i giovani, da molto attivi,diventano improvvisamente passivi e sognanti. È come se non fossero presenti. I loro risultati calano drasticamente  e viene da chiedersi dove è finito il ragazzo che tutti conoscevamo. È per così dire inchiodato a fantasie sessuali. Si tratta di un passaggio obbligato per quell’età, ma se l’adulto rimane bloccato a questo stadio e continua ad indulgere nelle fantasie sessuali, perde la capacità di prendere in  mano la propria esistenza, perde la volontà. Perde la sua efficienza maschile vivendo una vita irreale.

Quando un uomo ha avuto un rapporto troppo stretto con la madre, specialmente nel caso di un rapporto positivo, un uomo il cui femminile è rimasto imprigionato nel complesso materno, tende ad idealizzare le donne, vede in ogni donna la Beatrice di Dante, o la Vergine Maria. Non è in grado di avvicinare una donna nella vita di tutti i giorni, di andarle incontro con le sue parti inferiori, con la sessualità. Gli uomini di questo tipo non riescono a vivere i due aspetti in una sola donna. L’amore implica entrambi gli elementi, estremi e opposti, da un lato spirituale e romantico, dall’altro la spinta biologica verso la continuazione della specie. L’uomo che non è riuscito a liberarsi della madre non può mettere insieme la principessa, e, per così dire, la prostituta. Il problema emerge quando ci si sposa e deve vivere insieme con una donna la vita quotidiana. Poiché non c’è l’essere umano,non c’è calore…non c’è la possibilità di un rapporto umano.

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