Il  copione di vita nella favole dell’infanzia

Il copione di vita nella favole dell’infanzia

Nella vita di ciascuno, gli eventi drammatici e i diversi ruoli che vengono appresi, approvati e poi recitati,sono all’origine tutti determinati da un copione. Un copione psicologico ha una straordinaria somiglianza con un copione teatrale. Entrambi hanno un determinato cast di personaggi, un dialogo, atti e scene, temi e complicati intrecci  che si snodano verso un momento culminante e terminano con il calare del sipario. Il copione psicologico è un programma di vita di una persona che ne stabilisce la meta e il modo di raggiungerla; è un dramma che la persona recita compulsivamente, anche se può esserne vagamente consapevole. Il dramma della vita inizia dalla nascita, le istruzioni del copione vengono poi programmate attraverso le transazioni tra genitori e bambini. I ruoli che generalmente si sceglie di portare in scena sono tre: Vittima, Persecutore e Salvatore. Crescendo, il bambino impara a recitare una di queste parti: eroi, eroine, malvagi, vittime e salvatori e inconsciamente cerca altre persone che recitino i ruoli complementari. Il copione di una persona  si riflette spesso in favole nelle quali compaiono non solo i fondamentali ruoli manipolativi ma anche la trama secondo cui questi ruoli vengono recitati. I persecutori delle fiabe sono impersonati per lo più da matrigne cattive,streghe, orchi, lupi feroci, draghi o altre bestie feroci. Le vittime sono ranocchie, trovatelli, belle addormentate, piccole fiammiferaie, brutti anatroccoli e altri piccoli infelici. I salvatori sono fate buone, generosi folletti, maghi o principesse e principi affascinanti. Per poter essere salvata, una vittima ha bisogno di un salvatore. Una famosa favola in cui è evidente la funzione complementare di vittima e salvatore è la fiaba La Bella e la Bestia. La Bella a differenza delle sorelle egoiste, non pretende nulla per sé e quando il padre cade in rovina si sacrifica, facendo anche i lavori più umili. Quando il padre viene rapito dalla Bestia deve accettare di consegnarle sua figlia. Benché estremamente brutta la Bestia è molto gentile (il bravo ragazzo) e quando Bella si ammala, la sposa…ed ecco che accade il miracolo: La Bestia si trasforma in un incantevole principe. Una giovane donna che abbia questo copione, si costruirà l’idea, tratta dalle prime esperienze con il padre, che tutti gli uomini siano bisognosi della sua devozione. Una Bella moderna può quindi scegliere un marito “indegno”, una “bestia”, che può essere di sgradevole aspetto,alcolizzato, drogato, pieno di debiti, o nei guai con la legge. Allora Bella scopre che la magia non avviene più e può scegliere o di sacrificarsi e restare con la Bestia, o divorziare e cercare un’altra Bestia da salvare. Da parte sua la Bestia può aspettare un nuovo Salvatore o prendere l’iniziativa e la responsabilità della propria vita.

Un altro classico delle fiabe è Cenerentola, la vittima che si offre a fare da serva in casa ed è circondata da persone crudeli. Il suo primo Salvatore è una fata madrina che grazie ai suoi doni le permette di andare alla festa. Qui Cenerentola incontra un altro Salvatore: il principe. Una cenerentola moderna che reciti la parte di perdente, accetta per lo più un lavoro che lei stessa considera  servile, facendo ciò che riconosce di competenza altrui. E si convince che se avesse più soldi, vestiti migliori, se frequentasse posti più in potrebbe conquistare un principe e vivere una vita migliore. Le moderne Cenerentole sono coloro che sono incastrate in un lavoro che non piace aspettando un principe che forse non arriverà mai.

C’è poi la favola del Principino storpio,dove il principino a causa di una sua deformità viene rilegato in una torre, qui arriva una fata che gli regala un orologio ch egli permette di ” prendere il volo”  e viaggiare verso terre sconosciute. Il Principino moderno può essere chiunque non si senta totalmente accettato, chiunque senta di non appartenere a niente e nessuno e che può trovare rifugio nella droga, nell’alcool o in qualsiasi altra dipendenza che assomigli all’orologio della favola.

Nella vita quotidiana c’è chi sceglie di isolarsi come Robinson Crusoe, chi lotta contro i “mulini a vento” come Don Chisciotte, chi “vola” al salvataggio di tutti come Superman, chi si rifiuta di crescere come Peter Pan, chi si trova continuamente coinvolto in situazioni banali o drammatiche come la prima donna di un melodramma.

E tu da quale favola ti senti maggiormente rappresentato? Quale personaggio preferisci? Prova a ricordare la favola che durante la tua infanzia più ti piaceva, spesso è quella in cui ci identifichiamo e sulla quale abbiamo costruito in nostro copione di vita.

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L’arte del perdono..partendo dal proprio!

L’arte del perdono..partendo dal proprio!

Spesso, sembra che il perdono  sia molto più difficile darlo a se stessi che non a qualcun altro.

A volte sento pazienti che si lamentano perché dovrebbero fare o non fare certe cose e non ci riescono. Dovrei dimagrire, dovrei andare a correre, dovrei non ascoltare quello che mi dice mia madre o il mio compagno. Un’infinità di “dovrei” ma non ci riescono e la conseguenza è deleteria. Sensi di colpa, frustrazioni, bassa autostima, solo per elencare alcune emozioni e stati d’animo che causa il non sapersi perdonare.

Quali sono i passi che possiamo intraprendere per iniziare un perdono ed una profonda accettazione di noi stessi?

  • Abbandona il passato. Se vuoi imparare a perdonarti non devi portare dentro il tuo passato. Devi lasciare andare il passato ed iniziare a vivere il presente, guardare avanti verso il futuro. Non è facile ma nemmeno impossibile. Il problema principale di molti casi che ho conosciuto nel mio lavoro di psicoterapeuta era il forte ancoraggio al passato. Forse è per questo che nella terapia delle regressioni molte persone risolvono i propri problemi nel presente. Quando una persona regredisce va a lavorare con il proprio passato e lo rielabora. Rielaborare il passato vuol dire alleggerirlo andando a cambiare le emozioni negative vissute in quel periodo.

 

  • La natura non è perfetta, perché dovresti esserlo tu? Un altro problema di molte persone è cercare la perfezione, anzi vorrebbero essere perfette. A molti piace pensare (sempre dopo) come avrebbero dovuto fare la cosa giusta al momento giusto, cosa avrebbero dovuto dire o comportarsi. Non tengono presente che le variabili e la peculiarità del momento presente sono sempre più complicate di quando le ripensiamo. Con il senno di poi tutti sono capaci di dire o fare la cosa giusta. Pensare di essere perfetti o di fare la cosa giusta al momento giusto è irreale se non innaturale. La perfezione non esiste in natura per il semplice motivo che la perfezione per definizione è alquanto debole e pericolosa.

 

  • Non ci sono sconfitte, ma solo esperienze. Molto spesso le persone dividono le cose in categorie: bello/brutto, buono/cattivo, alto/basso. La natura umana è molto complessa e si può semplificare in dicotomie. Purtroppo le persone lo fanno anche con le esperienze vissute. Quindi, le esperienze diventano belle o brutte, interessanti o noiose, costruttive o negative. Non è così! Le esperienze sono solo esperienze e ci insegnano sempre qualcosa se solo siamo capaci di analizzarle e non  semplicemente di etichettarle.

 

  • Hai mai pensato a cosa ti serve tutto ciò? Molto spesso rimaniamo a torturaci per quello che è stato perché è molto più semplice dirci che abbiamo sbagliato invece di fare qualcosa di costruttivo nel presente. Rimanere nel passato e pensarci incapaci è un modo molto semplice per non fare nulla perché abbiamo una grande paura. Anche se stai male e non sei capace a perdonarti, questa è l’unica cosa che riesci a fare e che ti viene facile invece di fare qualcosa di diverso e di nuovo. In altre parole questo atteggiamento è un bell’alibi per non fare nulla. Se vuoi uscire da tutto ciò impara a non nasconderti dietro questo comportamento. L’ultimo punto che hai letto, come spesso capita, è il più importante perché è il più subdolo e se vuoi uscire dal tuo passato, impara a capire che quello che vivi non lo vivi per caso ma, ti serve a qualcosa; di solito è il miglior compromesso che possa trovare la tua mente.
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Festa della Liberazione: come conquistare quella psicologica!

Festa della Liberazione: come conquistare quella psicologica!

In una settimana in cui il 25 aprile si festeggia la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, data che metteva fine a vent’anni di dittatura e a cinque di guerra, una “rivoluzione”che ha portato ad una libertà conquistata con il sangue, durante una guerra civile e contro lo straniero invasore; non potevo non pensare ad un’altra liberazione, ovvero a quella psicologica. Ognuno di noi, soprattutto chi decide di iniziare un percorso psicologico, ad un certo punto si troverà nella condizione di dover scegliere di “liberarsi” da tutto ciò che fino a quel momento ha vissuto come castrante, vincolante, opprimente e che probabilmente avrà fatto nascere insicurezze, conflitti e sfiducia.

Allora come si fa ad attuare il cambiamento tanto desiderato?

Per iniziare, la consapevolezza delle proprie ferite è già un primo passo verso la guarigione. Poi ne consegue che il cammino verso il risanamento psicologico, il passo essenziale è accettarsi. L’accettazione di sé è un grande dono, che viene definito come “ la legge principale della crescita individuale” Questo dono avrebbero potuto farcelo i nostri genitori, se lo avessero posseduto. Questo dono potremmo farlo ai nostri bambini se lo possiederemo.

L’accettazione di qualche cosa consiste nel riconoscere qualcosa per ciò che in realtà è, è quando si dice: “E’ così come è!”.“Nessuna trasformazione è possibile senza accettazione”.

Come puoi sapere se stai vivendo appieno l’accettazione? Quando saprai che il tuo comportamento (che ha appena influito su un’altra persona o su te stesso) fa parte del fatto d’essere umano,e accetterai dunque di assumerne le conseguenze, quali che siano. La nozione di responsabilità è di primaria importanza per accettarti davvero. Il fatto di essere un umano significa che non puoi piacere a tutti, e che puoi avere reazioni umane che possono dispiacere a qualcuno. Il tutto senza giudicarti o criticarti. L’accettazione è dunque l’elemento scatenante per mettere in moto la guarigione.

Scoprirai dunque, con tua gran sorpresa, che più ti consenti di tradire, rifiutare,abbandonare, umiliare, essere ingiusto,meno lo farai! E’ sorprendente, vero?

Accettate la realtà e fate qualcosa di costruttivo per uscire da ciò che vi rende infelici. Non può andare sempre tutto bene e non tutte le persone sono uguali, per questo l’accettazione sarà la vostra migliore alleata contro una vita stressante. Aprite la mente a nuovi orizzonti e ricordate, che, anche se la vostra vita non è come l’avevate desiderata, può esserlo in futuro se seminate bene nel presente. Tutti abbiamo il potere di indirizzare e cambiare la nostra vita. Non dimenticate che un piccolo passo, una piccola azione, diventeranno qualcosa di grande e importante nel vostro futuro.

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Coppia: sarà per sempre? Vediamo come prevedere quanto durerà

Coppia: sarà per sempre? Vediamo come prevedere quanto durerà

Sarà per sempre? Tutti ce lo siamo chiesti almeno una volta nella vita, soprattutto quando abbiamo pensato di aver incontrato la “persona giusta”.

L’idea che l’amore possa durare per sempre è un potente deterrente contro l’angoscia del tempo e della morte. Basterebbe però guardare alla relazione per eccellenza, la relazione madre-bambino,per renderci conto che non può essere per sempre, non deve esserlo. Il “per sempre” è fonte di sofferenza per una madre che vede crescere e allontanarsi il proprio figlio; per un figlio che lentamente vede spegnersi chi lo ha generato e per gli innamorati, che vorrebbero restare in eterno sul talamo dell’amore. In realtà è un’illusione, e concentrarsi sulla durata o meno di una relazione distoglie spesso i partner dall’unico vero problema della vita a due: “il come”.

È il “come” che può influenzare una relazione d’amore e garantire la longevità. Sono la passione, la coesione, il dialogo, la tenerezza, la maturità affettiva a fare ala differenza sostanziale. I figli arricchiscono la relazione ma non la incatenano alla dimensione del “per sempre”; anzi, chi afferma di restare insieme per i figli, fa un errore incommensurabile che spesso nasconde angosce e paure più profonde.

Gottman, psicologo dell’Università di Washington, ha spiegato come le separazioni che avvengono dopo 5-7 anni in genere sono causati da gravi conflitti (infedeltà, litigi violenti); mentre le separazioni che avvengono dopo 10-12 anni dipendono di solito da un abbassamento dell’intimità e delle interazioni in seno alla coppia.

Prevedere quanto durerà diventa quasi impossibile, alcuni ricercatori sottolineano  l’importanza dell’ “affinità di coppia” e focalizzano la propria attenzione sui tratti di personalità dei partner, sugli interessi in comune, sul livello di istruzione, sul tipo di vita sociale condotta. È vero, questi fattori possono giocare un ruolo importante nella coppia ma non sono sufficienti.

L’unico modo per potersi garantire un rapporto equilibrato e durevole è darsi all’altro con impegno costante e incondizionato: non abbassare la guardia,non dimenticare mai che l’amore ha bisogno di essere continuamente rinnovato, nutrito e riconfermato. Scegliere un partner, sposarsi, fare un figlio e pensare di riuscire in questa impresa senza sforzo, convinzione, continuo lavorìo interiore è la migliore ricetta per la catastrofe. Scegliere di preservare e privilegiare la conservazione del proprio rapporto al di sopra della propria crescita e sviluppo, reprimere l’impulso a imboccare strade nuove e sconosciute è un modo di vivere la vita. La sicurezza  e il valore di quello che si possiede ha la precedenza su quello che si potrebbe diventare. È una scelta più che una questione di coraggio. Prendiamo ciò che vogliamo e dobbiamo essere pronti a pagarne le conseguenze. A volte l’amore sopravvive a questa scelta, a volte no.

La vita è un viaggio meraviglioso e al dimensione del “per sempre” non è basilare, no, oggi non lo è più: una relazione ha valore a seconda della gioia che dà, non della sua durata. Non c’è niente di ammirevole in due persone che rimangono insieme per cinquant’anni sopportando infelicità e frustrazioni .

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Madre e figlio maschio: come nasce il complesso materno

Madre e figlio maschio: come nasce il complesso materno

Un forte complesso materno si sviluppa quando la madre è il genitore che lascia nel figlio la maggior impronta di sé. Ciò non significa che la madre sia effettivamente la personalità più forte, può semplicemente significare che il figlio ne rimanga più colpito o che si senta più vicino a lei che non al padre. Se l’influenza materna è positiva, il figlio sviluppa un complesso materno positivo; se invece l’influenza è negativa, ne deriverà un complesso materno negativo. È importante saper che ogni uomo sviluppa un complesso materno sia esso negativo o positivo, e che in questo non vi è nulla di patologico. Il complesso rappresenta la prova del modo in cui un uomo ha reagito ai propri genitori. Secondo questo modello organizzerà poi il proprio modo di reagire al sesso opposto.

Di solito il complesso si manifesta negli uomini sotto forma di fantasie romantiche, irreali, per lo più sessuali. È identificabile, per esempio nel corso della pubertà, quando i giovani, da molto attivi,diventano improvvisamente passivi e sognanti. È come se non fossero presenti. I loro risultati calano drasticamente  e viene da chiedersi dove è finito il ragazzo che tutti conoscevamo. È per così dire inchiodato a fantasie sessuali. Si tratta di un passaggio obbligato per quell’età, ma se l’adulto rimane bloccato a questo stadio e continua ad indulgere nelle fantasie sessuali, perde la capacità di prendere in  mano la propria esistenza, perde la volontà. Perde la sua efficienza maschile vivendo una vita irreale.

Quando un uomo ha avuto un rapporto troppo stretto con la madre, specialmente nel caso di un rapporto positivo, un uomo il cui femminile è rimasto imprigionato nel complesso materno, tende ad idealizzare le donne, vede in ogni donna la Beatrice di Dante, o la Vergine Maria. Non è in grado di avvicinare una donna nella vita di tutti i giorni, di andarle incontro con le sue parti inferiori, con la sessualità. Gli uomini di questo tipo non riescono a vivere i due aspetti in una sola donna. L’amore implica entrambi gli elementi, estremi e opposti, da un lato spirituale e romantico, dall’altro la spinta biologica verso la continuazione della specie. L’uomo che non è riuscito a liberarsi della madre non può mettere insieme la principessa, e, per così dire, la prostituta. Il problema emerge quando ci si sposa e deve vivere insieme con una donna la vita quotidiana. Poiché non c’è l’essere umano,non c’è calore…non c’è la possibilità di un rapporto umano.

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Luce e OMBRA della nostra personalità

Luce e OMBRA della nostra personalità

Dentro ciascuno di noi si aggira un’Ombra. Dietro la maschera che indossiamo per gli altri, sotto il volto che  esponiamo, vive un lato nascosto della nostra personalità. Usiamo la parola “Ombra” semplicemente per indicare il fatto che la maggior parte di noi non è pienamente consapevole di tutti i tratti della propria personalità. Tutti noi amiamo amarci intelligenti, generosi, di buon carattere o dotati di qualità pratiche e cose del genere; la personalità però possiede anche altre caratteristiche, a volte inferiori, di cui non siamo consapevoli. È il rapporto con l’ambiente circostante a farcene intuire l’esistenza, poiché esse si manifestano quando un conflitto viene a turbare questo rapporto. Essendo qualità inferiori tendiamo a cacciarle nell’Ombra, non le guardiamo in faccia e quando riflettiamo su noi stessi tendiamo a dimenticarle, perché ce ne vergognamo. Solo gli amici più intimi o le persone che ci vivono accanto sono in grado di evidenziare con chiarezza questi tratti inferiori. Quasi tutti noi ci identifichiamo maggiormente con i tratti che ci rendono socialmente accettabili, di conseguenza tendiamo a considerare l’Ombra imbarazzante, inferiore e talvolta un po’ maligna e socialmente inaccettabile. Ma non è sempre così. Ci sono persone che tendono a vivere i propri aspetti peggiori e in questo caso l’Ombra risulta essere positiva. I criminali, per esempio, vivono l’aspetto peggiore della propria personalità, e di conseguenza hanno un’Ombra positiva. Di norma, comunque, tendiamo ad identificarci con i tratti più positivi ed evoluti.

Ma in che modo l’Ombra si manifesta nella vita quotidiana?

Quando ci sentiamo stanchi o sotto pressione, succede spesso che una personalità diversa da quella nostra abituale si faccia avanti. Le persone molto ragionevoli e altruiste, per esempio diventano improvvisamente e inesorabilmente egocentriche e sgradevoli, maltrattano chiunque stia loro intorno. Anche in caso di malattia l’Ombra emerge immediatamente,si manifesta sotto forma di un improvviso cambiamento di carattere. Capita spesso che le persone invidiose e gelose si giochino reciprocamente dei brutti scherzi. Perdono le cose, non rispettano gli appuntamenti…sono armati delle migliori intenzioni, ma la loro Ombra li gioca alle spalle. Ognuno di noi ha il suo nemico d’elezione, il suo “miglior nemico”per così dire. Quando qualcuno ci fa del male è naturale odiarlo. Ma quando non ci fa nulla di male e al solo vederlo ci sentiamo irritati al punto di volergli metter le mani addosso, allora è certo che si tratta dell’Ombra. La cosa migliore da fare sarebbe sedersi un attimo e scrivere tutte le caratteristiche della persona odiata. Rileggendole ci riconosceremo….ed è davvero un fatto sconvolgente scoprire la propria Ombra!

Quanto più una persona pensa di essere virtuosa e non vive la propria Ombra. Tanto più la proietta e vede gli altri come malfattori. La persona convinta di essere virtuosa vive in un costante stato di indignazione e dà la caccia alla propria Ombra nella persona di un altro. Non ri-conoscerla sifìgnifica davvero perdere un’importante occasione di crescita ed evoluzione. L’Ombra è la nostra funzione sociale migliore. Ci integra all’interno del gruppo umano. Le buone qualità ci pongono al di sopra del gruppo. L’Ombra ci rende uomini tra gli uomini e umani, semplicemente umani.

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Perché si rinvia? Paura del giudizio altrui o paura del successo?

Perché si rinvia? Paura del giudizio altrui o paura del successo?

Se anche tu ti trovi spesso ad usare frasi come: “Inizio tante cose ma non le porto mai a termine!” o : “Ho tante cose da fare ma non ho mai tempo!” o ancora : “Devo finire quel lavoro ma il tempo non mi basta mai!” forse hai la tendenza a rimandare gli impegni! Tutto ciò non a che fare realmente con la mancanza di tempo, o con la pigrizia o con la stanchezza; riguarda invece “credenze” inconsce e radicate che utilizziamo per rapportarci con il mondo. Rinviare significa rimandare intenzionalmente a “dopo” qualcosa che dovrebbe essere fatto subito, conducendo così una vera e propria lotta contro il tempo. Vivere nelle situazioni di incertezza, non sapendo se le scadenze potranno essere rispettate, porta la persona a stare nella “possibilità” anziché nella “realtà” e questo costante stare sul filo del rasoio incide sul modo di vivere e sulla qualità della vita. Temporeggiare diventa un modo per proteggersi dalla paura del fallimento e dal sentirsi incapaci di far fronte a situazioni percepite come frustranti. Chi temporeggia ha con se stesso un atteggiamento molto critico che influisce negativamente sull’autostima; molte persone tendono a rimandare per paura del fallimento, in quanto temono sia il proprio, sia l’altrui giudizio. Anche ridursi all’ultimo momento per fare qualcosa non permette di valutare realisticamente le proprie capacità, in quanto se il lavoro non risulterà qualitativamente buono, il fattore tempo diventerà l’alibi per lo scarso risultato. In questo modo la persona non metterà mai in discussione le proprie abilità e non individuerà mai i propri limiti: è difficile sostenere l’idea di essere considerati poco capaci! In realtà alla base di queste convinzioni di inadeguatezza, della paura del giudizio altrui, c’è la paura di non essere amati. Il perfezionismo diventa lo strumento che permette di proteggersi dal senso di incapacità; l’energia profusa nel lavoro ha quindi come obiettivo il farsi accettare dall’altro. Altre volte il rimandare nasconde il timore del successo più che del fallimento, ovvero si teme il cambiamento, sicuramente positivo, allo stesso tempo sconosciuto. Il timore che si avverte è che il successo possa diventare un’ossessione, che comporta una condizione di stress continuo, inoltre spesso si cerca di proteggere dal proprio successo le persone più vicine, tipo i genitori. Si teme di far del male anche a se stessi: dimostrare di essere capaci implica una maggiore responsabilità e aumenta la possibilità di entrare in competizione con gli altri. Alla base di tutti questi atteggiamenti c’è l’idea che si debba scegliere tra amore e successo, perché se il nostro successo è visto dagli altri in maniera negativa subentra il timore di essere abbandonati. In ogni caso il temporeggiare trae origine dal passato e da interazioni primarie che hanno compromesso l’autostima. Per cercare di superare il procrastinare è importante costruire un metodo che permetta di realizzare per gradi, piccoli obiettivi: l’importante è che siano concreti e specifici. Durante questo processo è opportuno restare in contatto con le proprie emozioni, concentrarsi nel qui ed ora e gratificarsi ad ogni risultato, poiché ogni fase superata è un passo verso il raggiungimento dell’obiettivo. Alla fine di questo percorso è bene riflettere su progressi e ostacoli incontrati per capitalizzare l’esperienza utilizzarla per nuovi obiettivi. Per smettere di procrastinare è bene ricordarsi di auto- sostenersi  e soprattutto ricordarsi che il momento migliore per smettere di rinviare è adesso!!

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Perchè è difficile essere felici?

Perchè è difficile essere felici?

Per rispondere a questa domanda, proviamo a fare un viaggio indietro nel tempo. La mente umana moderna, con la sua sorprendente capacità di analizzare, pianificare, creare e comunicare, si è evoluta in gran parte nel corso degli ultimi 100.000 anni, da quando la nostra specie, Homo sapiens, è comparsa per la prima volta sul pianeta. Ma le nostri menti non si sono evolute per “farci sentire bene” e raccontare barzellette, scrivere poesie o dire “ti amo”. Le nostre menti si sono evolute per aiutarci a sopravvivere in un mondo pieno di pericoli.

Immagina di essere un primitivo cacciatore-raccoglitore. Di che cosa hai bisogno, essenzialmente, per sopravvivere e riprodurti? Di quattro cose: cibo, acqua, riparo e sesso. Ma nessuna di esse è importante se sei morto. Quindi, la priorità numero uno della mente dell’uomo primitivo era quella di prestare attenzione a tutto ciò che poteva costituire un pericolo e di evitarlo. La mente primitiva era essenzialmente un dispositivo per non farsi uccidere e ciò, si dimostrò di enorme utilità. Più i nostri antenati diventavano bravi a prevedere e ad evitare il pericolo, più a lungo vivevano e più figli facevano. Perciò di generazione in generazione, la mente umana è divenuta sempre più abile nel prevedere ed evitare il pericolo. E ora dopo 100.000 anni di evoluzione, la mente moderna è continuamente all’erta per valutare se ciò che incontriamo è buono o cattivo, sicuro o pericoloso, utile o dannoso. I nemici dell’era moderna non sono più le tigri o i mammut, ma sono meno evidenti, come ad esempio “perdere il lavoro”, essere esclusi, rendersi ridicoli in pubblico, ammalarsi di cancro. Così il più delle volte trascorriamo il tempo a preoccuparci di cose, che molto probabilmente non succederanno mai. Altra cosa essenziale per la sopravvivenza di un uomo primitivo era l’appartenenza ad un gruppo… se il cacciatore è solo, il lupo lo mangia! Quindi allora come adesso, integrarsi con gli altri, contribuire al mantenimento della comunità, essere bravo quanto gli altri, è sinonimo di sopravvivenza. Le nostre menti moderne ci continuano a mettere in all’erta rispetto all’eventualità di essere rifiutati e ci portano confrontarci con gli altri membri della società. Niente di strano se passiamo gran parte del tempo cercando di piacere, se cerchiamo sempre di migliorarci e se spesso non ci sentiamo all’altezza. C’è però da dire che l’uomo primitivo si confrontava con pochi membri del gruppo, l’uomo moderno, attraverso i mass media, internet e social, deve confrontarsi con una miriade di persone più ricche, più intelligenti, più magre, più sexy. Quando ci confrontiamo con queste favolose creature mediatiche ci sentiamo inferiori e delusi della nostra vita. Abbiamo perso in partenza!

Inoltre, la regola “meglio è, più prendi” valeva per l’uomo primitivo così come vale per l’uomo moderno. Migliori sono le armi e più cibo si potrà uccidere. Maggiori sono le riserve di cibo, più possibilità avrai di sopravvivere durante la carestia. Più figli avrai più ci sarà la possibilità che qualcuno diventi adulto. Di conseguenza anche l’uomo moderno, cerca di “più e di meglio”: più denaro, un lavoro migliore, un corpo più bello, un amore più importante…e se riusciamo, siamo soddisfatti, per un po’! Prima o dopo ne vorremmo di più!

Così l’evoluzione ha modellato il nostro cervello in modo tale da “soffrire psicologicamente”: siamo perennemente a criticare e valutare noi stessi, è più facile concentrarci su ciò che ci manca, diventiamo velocemente insoddisfatti di ciò che abbiamo,immaginiamo scenari spaventosi, che forse non si realizzeranno mai.

Non c’è da stupirsi se per l’uomo è così difficile essere felici

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Scrivere di sè come forma di autoterapia

Scrivere di sè come forma di autoterapia

Scrivere nasce dalla voglia di mettere ordine nel caos dell’esistenza, dal desiderio di raccontare la vita e sperimentare ancora il senso di coerenza profonda, arrivando così a essere più intimi con il proprio mondo interiore. La scrittura svolge una funzione di contenimento, di liberazione catartica e di sostegno. Con la scrittura è possibile riparare il passato, inventare l’avvenire, costruire il presente. La scrittura di se stessi impone un iniziale silenzio, un dialogo tutto interiore per esprimere quello che non si vuole dire ad alta voce, ferma i pensieri “per sempre” nel tempo presente. Nell’autonarrazione ci si muove verso la ricerca di fatti essenziali, delle “note” che continuano a risuonare nella testa. La ricerca delle “cose” vissute come protagonisti o come testimoni consente di costruire un canovaccio, una trama della propria vita, sentendosi liberi di “interpretare come più vi piace il vostro passato”

Scrivere consente all’Io di prendere una forma consapevole e di dare un significato individuale all’esistere. Scrivere di sé aiuta:

  • dar vita ad un alter ego con il quale poter dialogare e/o confrontarsi per scoprire parti diverse di sé;
  • immergersi nelle parole che hanno creato un mondo nuovo per poter guardare la verità più intima;
  • guarire dal mal di vivere. Ogni scrittura autobiografica consente di analizzare i fatti alla giusta distanza e guardare da vicino la profondità di quanto emerso;
  • renderci maestri di noi stessi, protegge il nostro io smarrito dalle critiche, sostiene le sue ragioni per imparare a essere più autentici;
  • trovare uno specchio in cui cercare il volto degli eventi interiori a cui dare uno spazio significativo.

Nel processo di ricostruzione della storia personale i ricordi aiutano a diventare più consapevoli dei bivi della propria esistenza con le scelte e le rinunce fatte. I vari bivi possono considerarsi come nuovi punti di partenza che danno la possibilità di percorrere le strade non imboccate in passato. Questo consente di estrarre dal passato della propria vita i semi che non sono germogliati, ma che faremo crescere nel futuro in modo significativo.

La dimensione autobiografica può definirsi come un sistema le cui parti sono in interazione reciproca e include tutto ciò che appartiene a un tempo e ad una rappresentazione dell’esistenza. Ogni parte è connessa con le altre per guidare lo scrittore verso la ricerca di sé al fine di dar vita alla risceneggiatura della propria storia.

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Le carezze che nutrono il corpo e la mente

Le carezze che nutrono il corpo e la mente

 Ognuno di noi ha bisogno di essere toccato e di essere riconosciuto dagli altri, questa fame di riconoscimento può essere appagata con le carezze, che comprendono qualsiasi atto che implichi il semplice riconoscimento dell’altro. Possono essere date carezze in forma di reale contatto fisico o in qualche forma simbolica di riconoscimento come uno sguardo, una parola, un gesto o una qualsiasi azione che significhi “SO CHE CI SEI”. La fame di carezze spesso è determinante per l’uso che una persona farà del proprio tempo. Si possono per esempio, passare minuti, ore o addirittura una vita intera, cercando carezze in molti modi, oppure, dall’altro lato, cercando di evitarle, rinchiusi in se stessi. Un bambino che non viene toccato non si sviluppa normalmente. C’è qualcosa che nel contatto fisico stimola la “chimica” dello sviluppo fisico-mentale del bambino. I bambini che vengono trascurati, ignorati o che per qualsiasi ragione non vengono abbastanza toccati, soffrono di un deterioramento mentale e fisico che può persino portare alla morte. Quando il bambino cresce, la sua fame primaria di contatto fisico si trasforma in fame di riconoscimento: il contatto fisico può essere sostituito da un sorriso, un cenno, una parola, che esercitano una stimolazione sul cervello di chi le riceve e per mezzo di esse il bambino verifica di esistere, di essere vivo. Le carezze che ci auspica si possa ricevere sono quelle positive, di solito sono dirette, appropriate e pertinenti alla situazione. Danno alla persona una sensazione di benessere, di vitalità di vivacità e di importanza. Ad un livello più profondo aumentano il senso di benessere della persona, donano una conferma della sua intelligenza, sono spesso piacevoli e comportano sentimenti di benevolenza. Le carezze autentiche, appropriate  e non eccessive, nutrono una persona e sviluppano la sua vena vincente. Spesso le carezze positive esprimono sentimenti di affetto e di apprezzamento, a volte sono complimenti, altre volte possono dare ad una persona informazioni sulle sue capacità e aiutarla a essere più consapevole delle proprie personali abilità e risorse. Una delle più belle carezze che si possa ricevere è quella di essere ascoltati. Quando qualcuno è stato ascoltato, la conclusione è che i suoi sentimenti, le sue idee, le sue opinioni sono state realmente sentite e dunque non è stato ignorato ma ha ricevuto un “feedback” positivo. Ascoltare veramente non significa sempre essere d’accordo con l’altro, significa soltanto chiarire e capire i punti di vista di un’altra persona. Tutti hanno bisogno di carezze, e se non possono ricevere quelle positive, faranno di tutto per ottenere quelle negative. I bambini possono diventare dei monelli  o dei ribelli, e invitare i genitori a schiaffeggiarli e umiliarli. Mariti e mogli possono fare di tutto pur di discutere e litigare. Anche sul lavoro si metteranno in atto comportamenti per ottenere carezze negative (fare tardi,commettere errori..). I risultati di alcune ricerche stanno a dimostrare che se un ambiente lavorativo è sterile a livello affettivo, la produzione diminuisce ed emergono i conflitti. È chiaro che sia per i bambini che per gli adulti ricevere attenzione negativa è meglio che non riceverne affatto.

E tu che carezze hai ricevuto? E soprattutto che carezze dai? Possiamo renderci consapevoli delle carezze negative che riceviamo e che diamo e possiamo sviluppare nuovi modelli di rapporti. Invece di screditare noi e gli altri possiamo “scegliere” di controllare i nostri comportamenti e i nostri commenti distruttivi  e sostituirli con carezze positive che nutrono in maniera autentica.

http://www.stefaniadeblasio.it/ami-impara-riconoscere-stile-personale/