Binge eating o abbuffata? Facciamo chiarezza

Binge eating o abbuffata? Facciamo chiarezza

Il Binge Eating Disorder (BED) è un Disturbo del Comportamento alimentare che si distingue per la presenza episodi ricorrenti di abbuffate. Con questo termine si indica una condizione definita da due precise caratteristiche, entrambe necessarie: 1. Mangiare in un tempo circoscritto ( per esempio in due ore) una quantità di cibo indiscutibilmente maggiore di quella che la gran parte delle persone mangerebbe nello stesso periodo di tempo e in circostanze simili; 2. Sensazione di perdere il controllo nell’ atto di mangiare (ad esempio sentire di non poter smettere di mangiare o di non poter controllare cosa o quanto mangiare). Tale comportamento è stata definita abbuffata oggettiva, e si differenzia da altre forme frequenti  di alimentazione eccessiva .

L’abbuffata soggettiva, ad esempio è simile a quella oggettiva, ad eccezione della quantità di cibo assunta. Se non c’è perdita di controllo possiamo parlare di alimentazione eccessiva . queste modalità di alimentazione non si escludono reciprocamente, molti studi dimostrano infatti che soggetti con disturbo da alimentazione incontrollata possono avere abbuffate oggettive e soggettive. Ai fini diagnostici, vanno considerati comunque la frequenza ( almeno due giorni la settimana), la quantità di cibo ingerito e le emozioni che li accompagnano. Tale definizione differisce da quella  per la bulimia nervosa dove invece è richiesto un numero minimo di due episodi di abbuffate la settimana.

Nel linguaggio comune, si usa dire che ci abbuffiamo quando mangiamo troppo. Questo potrebbe generare confusione: da un lato, si rischia di banalizzare il disturbo con un semplice eccesso di cibo; dall’altro, si rischia di etichettare come BED uno stile nutrizionale magari non esattamente corretto, ma comunque non patologico.

La maggioranza di noi avrà sperimentato almeno una volta nella vita la sensazione di mangiare a sazietà, fino a “sentirsi scoppiare”. Può capitarci a tavola durante le feste, a un aperitivo tra colleghi o in occasioni di festeggiamento come un pranzo di nozze. Mangiamo troppo anche quando saltiamo un pasto e arriviamo tremendamente affamati a quello successivo o semplicemente perché abbiamo davanti un piatto che amiamo molto ma che non abbiamo occasione di mangiare più spesso.

Il contesto in cui abbiamo mangiato a sazietà è perlopiù positivo: una festa in famiglia, una tavolata tra amici, una cena in una località turistica. In seguito a questi episodi possiamo provare rimorso per avere esagerato, sentirci un po’ in colpa e riprometterci, sorseggiando un digestivo, che non lo faremo più. Nonostante si sia abbondato, rimane comunque la sensazione di avere il controllo sul proprio comportamento alimentare; gli episodi sono sporadici e circostanziati.

Nel BED si sperimenta invece una perdita di controllo: si mangia senza riuscire a fermarsi, anche se si sta male per quanto si è pieni. Chi ne soffre vive negativamente la propria immagine: ha scarsa autostima, si vergogna di sé. Si abbuffa in solitudine, spesso con del cibo tenuto appositamente nascosto, vivendo il tutto con profondo disgusto verso se stessi.

Trovare una definizione corretta per i propri comportamenti alimentari serve a indirizzare in maniera efficace il lavoro e non deve essere ridotto a mero etichettamento.

Quando il cibo serve a mettere una distanza

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Dieta: quando il rimedio diventa peggiore del problema

 

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Per avere successo…..ho un piano!!

Per avere successo…..ho un piano!!

Per avere successo in ogni settore della vita, la nostra esistenza deve essere accuratamente progettata, deve avere precisi traguardi privati e professionali da raggiungere. Solo chi ha definito i propri obiettivi riesce  a tener presente il quadro d’insieme nel caos degli avvenimenti quotidiani, a sapere quali sono le priorità giuste e a concentrarsi sull’essenziale al fine di raggiungere rapidamente e con sicurezza ciò che si desidera. L’obiettivo dà la direzione al comportamento e nello stabilire l’ordine delle priorità, canalizza l’attenzione della persona verso la realizzazione di un goal specifico. Lo sforzo indica quante energie sono investite in funzione della difficoltà del compito. Infine la persistenza mantiene la persona concentrata sul raggiungimento dell’obiettivo.

La formula “SMART” stabilisce i criteri per formulare gli obiettivi quantitativi e qualitativi e come fissare le scadenze necessari per realizzarli. L’obiettivo deve essere:

Specifico: che cosa voglio fare? Deve essere espresso in modo chiaro, concreto e preciso;

Misurabile: come misurerò i progressi in corso d’opera? Deve essere quantificabile per poter verificare il raggiungimento;

Attraente: perché sto facendo questo sforzo? Deve essere focalizzato sul risultato da raggiungere;

Raggiungibile: è un risultato che posso raggiungere? Deve essere sfidante e allo stesso tempo realizzabile;

Temporizzato: entro quando raggiungerò l’obiettivo? Deve includere i tempi di scadenza e le fasi intermedie.

Gli obiettivi rappresentano uno stimolo per tutti coloro che sono impegnati a portare avanti un determinato compito, senza procedere alla cieca, garantiscono di conoscere lo sbocco dell’azione. Porsi degli obiettivi è necessario per concentrare le energie necessarie su ciò che è veramente importante. Quello che conta non è cosa si fa, ma a che scopo lo si fa.

Ora vediamo quelli che possono essere delle modalità per raggiungere meglio i propri obiettivi:

  • Sognare il risultato: avere un’immagine chiara di ciò che si desidera raggiungere,s
  • Lasciare il segno: scrivere l’obiettivo in termini positivi, ci permette di vedere ciò che vogliamo non solo con la mente ma anche con gli occhi,
  • Pensare in piccolo: suddividerlo in mini-obiettivi predisponendo delle scadenze intermedie;
  • Lavorare con ciò che si ha a disposizione: l’obiettivo deve essere alla nostra portata ci consente di utilizzare mezzi e risorse che abbiamo,
  • Vivere nel momento: non lasciare che la mente vaghi nel passato o nel futuro, nel “solo se” o nel “se fosse”. È nel presente che accade la vita ed è utile lasciarsi fluire nella “ corrente dell’azione”
  • Misurare i passi: utilizzare il criterio di quantità e di tempo per valutare il raggiungimento dell’obiettivo,
  • Valutare l’impatto: prevedere il momento in cui fare il punto tra ciò che era stato programmato e ciò che si sta realizzando. È necessario essere flessibili per poter rivedere il traguardo precedentemente stabilito e apportare eventuali cambiamenti
  • Rimanere nella “corrente d’azione”: controllare che tutto vada come stabilito, calibrare gli sforzi e darsi delle gratificazioni per il lavoro svolto

Qualunque obiettivo si raggiunge grazie al tempo, nel tempo e per un certo tempo, con il tempo nostro e con quello degli altri. Il tempo misura, il tempo è la misura (Varvelli, 2011).

Tempo: come fare per gestirlo!

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Tempo: come fare per gestirlo!

Tempo: come fare per gestirlo!

Il successo nella vita personale e professionale è dato da un atteggiamento positivo e attento nei riguardi del tempo. L’attenzione diversa che si mostra nei confronti del trascorrere del tempo è data dall’educazione ricevuta in famiglia ma anche nella libertà di pensiero e soprattutto nelle scelte che si fanno da adulto. Gestire personalmente il proprio tempo mette in atto un piano di miglioramento che ci aiuta ad esserne padroni e quindi a soddisfare le nostre esigenze.

I vantaggi di una gestione strutturata e personalizzata sono:

  • aumento dell’efficacia e dell’efficienza d’azione
  • incremento della produttività
  • espansione del tempo libero
  • raggiungimento degli obiettivi personali e professionali
  • riduzione dello stress
  • rafforzamento dell’autostima
  • ampliamento della creatività
  • più tempo per progetti e soluzioni a lungo termine

Per essere pronti ad una sana autogestione è necessario cambiare il modo di organizzare il proprio tempo, mettendo in discussioni convinzioni come:

il solo modo per fare di più è lavorare duramente: chi lavora tenacemente non è detto che sappia gestire il proprio tempo, inoltre sono coloro che producono meno e hanno uno scarso rendimento qualitativo. Per lavorare efficacemente è bene prendersi delle pause per ripartire con maggiore slancio;

pianificare il tempo toglie spontaneità alla vita: dedicare 15 minuti al giorno per organizzare la propria giornata ci permette di focalizzarci sulle attività e sugli obiettivi senza inutili perdite di tempo. Non pianificare vuol dire lavorare in balia di eventi dandoci la sensazione costante di rincorrere il tempo;

sotto pressione sono più produttivo: ridurre tutto all’ultimo produce un rush finale di adrenalina, necessario per motivare e dare fiducia, allo stesso tempo non ci concede un margine d’errore se qualcosa dovesse andar storto;

ho il controllo completo su come impiego il mio tempo: seppur bene organizzati, non possiamo avere il controllo del nostro tempo, poiché gli imprevisti sono sempre in agguato ed è quindi buona regola lasciare in agenda un tempo non programmato per poterli fronteggiare;

se vuoi un lavoro fatto bene, devi farlo da solo: c’è il rischio che per provare a fare tutto si finisce per non fare bene nulla. Essere sommersi da una mole di lavoro operativo toglie tempo ai progetti ambiziosi, è utile imparare l’arte della delega che ci solleva da pressanti esigenze di  e gli obiettivi tempo;

non ho tempo per organizzarmi: vuol semplicemente dire che si sta dando più importanza ad altre attività rispetto a ciò che si dovrebbe fare. Il tempo a disposizione è poco ed è bene poter selezionare le attività e gli obiettivi eco-compatibile per poter sceglier l’investimento migliore.

Ora vi invito a riflettere sulla vostra vita e a considerare la possibilità di applicare nuovi metodi per orientare le vostre attività quotidiane e raggiungere obiettivi a lungo termine. Per fare ciò vi suggerisco di considerare i principi basilare della gestione del tempo:

  • elaborate una filosofia di vita e un’etica personale
  • scoprite quale direzione volete dare alla vostra vita. Individuate gli obiettivi a breve termine in sintonia con la vostra filosofia di vita e ch evi aiutano a raggiungere la meta finale
  • trovate un equilibrio tra i vostri impegni personali,familiari e di lavoro per acere una vita soddisfacente
  • pianificate ogni giornata utilizzando l’agenda e un block notes per fare l’elenco delle cose da fare
  • dedicate l’80% del vostro tempo alle attività per voi prioritarie da svolgere sia a casa che a lavoro
  • organizzate la vostra vita lavorativa e familiare in modo che risulti più leggera
  • assumetevi la responsabilità del vostro benessere psicofisico
  • dedicate del tempo alle vostre attività preferite e alle amicizie
  • verificate i vostri progressi a partire dall’impatto ottenuto con i piccoli cambiamenti fino ai progressi che state compiendo verso l’obiettivo finale.

Passo successivo è imparare a strutturare il proprio tempo con l’agenda che è la mappa personale della globalità delle azioni a breve, media e lunga scadenza.

È uno strumento operativo poiché finalizzato all’azione ed è anche un modo per esprimere se stessi e il proprio stile di vita in quanto consente di:

  • avere una visione d’insieme di tutti i compiti da svolgere
  • programmare in maniera sistematica le attività e le scadenze importanti
  • organizzare e controllare a colpo sicuro l’esecuzione di quanto progettato

L’agenda va pensata e ristrutturata distribuendo il tempo tra compiti impegnativi, leggeri e spazi completamente liberi. È la parte più importante della programmazione personalizzata del tempo, è una memoria dell’attività quotidiana, che, proprio perché scritta, diventa realtà. Il planning deve essere sempre ben visibile e leggibile, è inoltre importante riservare uno spazio per gli imprevisti, che sono un a delle poche certezze delle nostre giornate lavorative: questo permette di poterli affrontare in m odo proattivo piuttosto che viverli passivamente. Da ricordare che vanno affrontati solo gli imprevisti che non possono essere ignorati, delegati o posticipati.

Nell’agenda si prende nota delle attività da compiere in un momento ben preciso nel tempo che è bene rispettare per non avere la sensazione di rincorrerlo; si annotano gli impegni programmati e nuovi compiti lasciando sempre un margine temporale di sicurezza per evitare di correre troppo o di essere in ritardo,si inseriscono i compiti importanti da svolgere in un giorno stabilito. In questo modo è possibile valutare il rapporto tra il tempo dedicato ad un’attività, l’energia investita e la gratificazione ottenuta.

Suggerimenti utili per gestire l’agenda:

  • usare una sola agenda per non creare confusione
  • scegliere quella più adatta al nostro stile lavorativo (cartaceo o elettronica)
  • scrivere tutti gli impegni per tenere libera la mente ed evitare dimenticanze
  • avere sempre con sé l’agenda per aggiornarla in tempo reale

Una gestione ottimale del tempo lo rende pregnante, pieno, significativo ed è il risultato dell’interazione dinamica di più fattori che facilitano il processo di cambiamento.

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Emergenza e psicologia: fattore comune? Le emozioni

Emergenza e psicologia: fattore comune? Le emozioni

Emergenza e psicologia si sono unite per dar vita ad un ambito della psicologia che è la risultante dell’apporto di numerosi settori di ricerca, non solo psicologici (psicologia di comunità, sociologia, psichiatria).

La psicologia dell’emergenza interviene in tutte quelle situazioni nelle quali un evento esterno ed estremo crea una “soluzione di continuità” nel regolare procedere della vita degli uomini. La situazione di emergenza può essere definita come “un evento che minaccia o effettivamente rischia di danneggiare persone e cose”. Si evince che l’intervento di supporto psicologico in casi di emergenza deve essere rivolto anche a chi non ha subito direttamente il trauma ma che ne avvertono la minaccia. La psicologia dell’emergenza ha una forte ricaduta pratica: rappresenta “ il fare qualcosa” nell’ ambito preventivo ed in quello supportivo in occasione di eventi critici. È una pratica che non ha come fine ultimo quello di evitare le risposte psichiche conseguenti  all’ esposizione del disastro; il fine ultimo degli interventi in psicologia dell’emergenza è quello di favorire la conservazione o il ripristino dell’equilibrio psichico delle persone colpite direttamente o indirettamente dall’ emergenza, abbassando il rischio che si sviluppino e si stabilizzino forme di disagio, favorendo invece la resilienza.

In psicologia dell’emergenza gli interventi sono rivolti prevalentemente a persone “normali” che reagiscono normalmente ad una situazione che, invece, è da considerarsi anormale, e sono volti all’ identificazione di coloro che rischiano di incorrere in menomazioni psicologiche o sociali gravi, a causa dello shock provocato dall’ evento traumatico.

Le reazioni più comuni in seguito ad una condizione traumatica arrecano effetti di diversa natura: di tipo emozionale, cognitivo, fisico ed interpersonale. Tra gli effetti emozionali i più comuni sono: shock, collera, disperazione, terrore, senso di impotenza e dissociazione. Tra gli effetti cognitivi, invece, si riscontrano: deficit di concentrazione, di memoria, di prendere decisioni, confusione  e preoccupazione. Gli effetti fisici più frequentemente riscontrati sono: insonnia, disturbi del sonno, senso di affaticamento, problemi gastrointestinali, cefalee, calo dell’appetito. Tra gli effetti interpersonali, infine, compaiono: alienazione, ritiro sociale, menomazione professionale o scolastica, aumento dei conflitti nelle relazioni.

Nelle varie reazioni all’evento traumatico può avere uno specifico rilievo anche la personalità di base del soggetto  ossia la personalità pre-traumatica con le sue eventuali vulnerabilità che possono costituire un fattore predisponente. Dall’altra parte è da considerare che più è intenso e grave il fattore scatenante, più la persona vive impotenza, terrore e angoscia ed è più probabile che si sviluppino sati psichici tendenti a creare sintomi duraturi nel tempo. Le conseguenze riportate da una persona in seguito ad un evento traumatico, inoltre, sono destinate a peggiorare ulteriormente se dovessero sopraggiungere anche altre condizioni sfavorevoli.

Un’annotazione particolare va fatta per quanto riguarda le reazioni psicologiche ed emotivo- comportamentali dei bambini all’evento catastrofico. Tanto più il bambino è piccolo, tanto più è probabile che le modalità percettive prevalenti siano distanti da quelle dell’adulto. Il vero termometro delle e mozioni infantili rimane l’ adulto di riferimento, rispetto al quale il bambino manifesta comportamenti d’attaccamento e sintonia emotiva. La valutazione degli eventi percepiti è dunque appoggiata all’adulto di riferimento e alla sua capacità di offrire un’interpretazione complessiva della situazione. Soprattutto è di massima importanza la capacità del genitore e/o degli adulti attorno a lui di sostenerlo e aiutarlo. I bambini provano vissuti di perdita non solo rispetto alle persone fisiche ma anche rispetto a oggetti, ambienti e abitudini con il conseguente senso di impotenza che scatena. Per i bambini, tra le risposte emotivo – comportamentali al trauma riscontriamo: incubi ripetuti, pensieri ricorrenti e intrusivi, angoscia, comportamenti di evitamento o intorpidimento, disturbi del sonno, difficoltà a mantenere l’attenzione e la concentrazione, ipervigilanza, ritiro sociale, riduzione della capacità dell’interazione ludica e perdita temporanea di competenze già acquisite. Bisogna però dire che tra le risorse psicologiche rilevate nei bambini risultano essere significative: una buona abilità nella comunicazione, forti credenze di autoefficacia, locus of control interno ed un adeguato coping per far fronte  situazioni problematiche. Affinchè  le risposte emotivo- comportamentali in stato di emergenza siano una risorsa per il riequilibrio individuale, sociale e individuale è necessario un immediato intervento professionale sugli aspetti  relazionali  e cioè significa saper gestire le emozioni che costituiscono forti molle motivazionali: sono dimensioni psichiche che spingono all’ azione e possono quindi essere usate per suscitare comportamenti volti al superamento della situazione di emergenza.

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Donne e potere: quale nesso

Donne e potere: quale nesso

Le donne hanno un vantaggio di genere nella leadership e nella gestione del potere

Le donne leader che esercitano il potere contribuiscono in maniera importante nei seguenti aspetti: comunicazione e cooperazione, affiliazione e attaccamento, potere, intimità e nutrimento. Grant (1988) individua alcune aree comportamentali riconducibili a fattori biologici, che possono essere ascritti come tipicamente femminili e favorenti il processo organizzativo. Queste aree, di cui alcune sono già state citate, sono: comunicazione e cooperazione, affiliazione e attaccamento, potere, fisicità, emotività, vulnerabilità e mancanza di fiducia in se stessi, intimità e nutrimento. Per quanto concerne la prima area, dal momento che le donne fin dalla tenera età hanno modo di praticare la comunicazione soprattutto dedicandosi alla cura degli altri, esse risultano essere molto portate a comunicare. Di fatto, le donne prediligono e sviluppano modalità di conciliazione con gli altri piuttosto che ritrovarsi in situazioni di scontro e confronto. Le ricerche hanno dimostrato che nella maggior parte delle società, le reti di comunicazione tra donne sono un’utile base per l’interazione sociale. Questa condotta più cooperativa è fondamentale, soprattutto in termini di consultazione e di processi decisionali democratici che dovrebbero condurre a una maggiore onestà e a un maggior impegno da parte degli individui in un’organizzazione. Per quanto riguarda la seconda area, vi è una prova molto forte che le donne hanno sviluppato un diverso “punto di partenza” psichico in cui l’affiliazione è valutata come elemento importante se non primario rispetto al miglioramento personale. Di fatto, nelle teorie psicologiche, le donne vengono descritte come “dipendenti”, ovvero che necessitano molto degli altri poiché esse non hanno individuato o sviluppato un certo grado di autonomia. Questo grande senso di legame e preoccupazione per gli altri può essere una vera risorsa per le organizzazioni, che spesso creano sensazioni di alienazione e mancanza di sentimenti di gruppo. L’importanza dell’attaccamento e della connessione interpersonale è sempre stata vista dalle donne come una qualità deficitaria. In realtà, la maggiore predisposizione delle donne con il mondo relazionale potrebbe contribuire a rendere organizzazioni luoghi in cui l’affiliazione, l’amicizia, la solidarietà e le personalità potrebbero essere valorizzate e valutate in modo più integrato. Nella terza area rientra il potere, le fantasie femminili sono più orientate verso l’individuazione di entrambi i lati di una relazione di interdipendenza e sono più propense a riconoscere la propria e personale interdipendenza, rispetto alle fantasie maschili. Le donne inoltre tendono spesso a bilanciare il potere offrendo cura e forza, mentre gli uomini tendono a equiparare il potere con aggressività e fermezza. Quando il potere viene concepito come un potere di sopraffazione sugli altri, ciò significa che l’individuo che se ne fa carico deve spendere considerevoli energie psichiche per riuscire a limitare e controllare il potere degli altri, in modo da avanzare solamente egli stesso. La nozione di potere associata invece al mondo femminile, e quindi concepita come una forza interna trasformatrice o una forza liberatrice per la comunità, potrebbe produrre un cambiamento radicale nelle organizzazioni che genericamente supportano una concezione gerarchica del potere, ovvero del potere di un individuo su tutti gli altri. La quarta area riguarda la fisicità delle donne, aspetto legato alle immagini della natura, della nascita, della gravidanza, dell’allattamento, del nutrimento e della crescita. Tale fisicità può diventare una risorsa nel momento in cui essa motiva le donne nelle realtà quotidiane di crescita e sviluppo. La quinta area riguarda l’emotività, la vulnerabilità e la mancanza di fiducia in se stessi. Le donne  sembrano avere più facilità nell’esprimere la loro vulnerabilità, le loro debolezze, la loro mancanza di fiducia e le loro emozioni. Dovendo difendersi meno e negare meno rispetto agli uomini, le donne sono in una posizione di forza che consente loro di lavorare in maniera produttiva con i loro sentimenti di debolezza per costruire nuovi punti di forza su una solida base psichica, fatto che la negazione non permette. Tale abilità femminile di esprimere l’emotività e la vulnerabilità può effettivamente aggiungere una dimensione umana alle organizzazioni, elemento non molto analizzato nella letteratura manageriale. Questa dimensione di umanità potrebbe avere un effetto estremamente positivo sulla qualità della vita nelle organizzazioni. L’ultima area concerne l’intimità e il nutrimento, intesa come capacità di relazionarsi con se stesse e di favorire l’auto e l’etero conoscenza, processi che conferiscono all’organizzazione caratteristiche più umane e meno condizionate. Di fatto, la grande capacità di empatia nei confronti degli altri e di relazione intima con se stesse di cui le donne sono dotate favorisce i legami e le connessioni con il mondo interno ed esterno alle organizzazioni.

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Autostima e sicurezza in sè: Io posso

Autostima e sicurezza in sè: Io posso

Cosa penso di me? Cosa mi dico? Come mi definisco? Tutto questo dialogo interno ha a che fare con la nostra autostima.

L’autostima

è la valutazione che una persona dà di se stessa. Tale valutazione può variare tra due estremi: quello positivo e quello negativo. Chi ha bassa autostima, per esempio, mostra scarsa fiducia nella propria persona e nelle proprie capacità; si sente spesso insicuro, non è in grado di contare su se stesso e manifesta diverse paure legate soprattutto alla propria percezione di inadeguatezza e incapacità. È importante specificare che l’autostima è un fattore dinamico, che evolve nel tempo e subisce variazioni anche notevoli nel corso della vita. Non si nasce con la giusta autostima, essa va piuttosto coltivata, curata, alimentata durante il corso dell’esistenza. Se una bassa autostima si dimostra un fattore di ostacolo nella vita di una persona, allo stesso modo un’autostima eccessiva può avere effetti deleteri. Ad un estremo ci sono infatti coloro la cui autostima è bassa, all’altro estremo coloro che godono (soffrono) di eccessiva autostima, finendo spesso col sentirsi sempre sicuri di stessi e ritenendo di fare sempre la cosa giusta, anche quando le cose non stanno così. Cause dei una bassa autostima:
• La mancata formazione della fiducia di base: con questo termine intendiamo quella considerazione positiva di sé che nasce nel bambino come diretta conseguenza della considerazione positiva manifestata nei suoi riguardi dalle persone più significative che lo circondano. Il bambino infatti inizialmente non è ancora capace di vedersi e valutarsi con i propri occhi e ha di se stesso un’immagine riflessa, quella cioè che vede negli occhi, innanzitutto, della madre e del padre. Se questa immagine è positiva egli acquisirà una considerazione positiva di sé, se invece è svalutativa, avverrà il contrario.
• Il rapporto con il genitore o figure significative: in particolar modo:
Rifiuto o scarsa accettazione da parte del genitore
Etichette familiari (il buono, il figlio inconcludente, il piccolo di casa…)
Influenza di modelli familiari
• Il perfezionismo: si tratta dell’insicurezza di chi non si accontenta mai delle proprie prestazioni ritenendole sempre lontane da quelle a cui si aspirerebbe. L’insicuro perfezionista mira sempre troppo in alto sentendosi spesso deluso, sconfitto e inadeguato
• Traumi sociali o ambientali: eventi traumatici improvvisi e/o imprevedibili (malattie, catastrofi, perdita del lavoro, precarietà …) .
Sicuramente una bassa autostima è collegata a problemi di insicurezza.
Lo Psicologo statunitense Abraham Maslow descrive una persona insicura con queste parole “l’insicuro percepisce il mondo come una giungla piena di minacce e molti esseri umani come pericolosi ed egoisti; si sente rifiutato e isolato, ansioso e ostile; è generalmente pessimista e infelice; mostra segni di tensione e conflitto; è preoccupato da sensi di colpa; ha dei problemi di autostima; tende ad essere nevrotico ed è solitamente egoista ed egocentrico.”
L’insicurezza è uno dei disagi psicologici più diffusi – ma non sempre riconosciuti – in persone di ogni età, genere ed estrazione sociale, e produce conseguenze più o meno invalidanti sia a livello di autostima ed accettazione di sé, sia nei rapporti interpersonali, affettivi, professionali e lavorativi.
Si manifesta con comportamenti talora anche opposti, che possono comunque privarci di quella serenità e di quel benessere interiore a cui tutti tendiamo. La persona insicura è afflitta dalla paura di
• Ha il timore di sbagliare
• Di danneggiare se stesso o gli altri.
• Di non avere le capacità di svolgere determinate funzioni.
• Di non avere le abilità necessarie o sufficienti per instaurare valide relazioni umane di vario tipo.
• Di non avere comportamenti adeguati alle circostanze in cui è, o sta per esservi coinvolto e, di conseguenza, di produrre come risultato il giudizio negativo altrui.
• Ha paura che le sue presunte inabilità possano apparire evidenti agli altri, e quindi, di incorrere in un loro giudizio negativo.
• Teme di subire danni ad opera di altri come conseguenza del suo comportamento.
Una persona insicura può mettere in atto alcune strategie difensive nelle modalità comportamentali, ad esempio:
La chiusura:“Se con gli altri sto male, preferisco stare da solo”
Il trasformismo camaleontico :“Sono come tu mi vuoi”
La finta forza :”Vi faccio vedere io chi sono”
Il discredito dell’altro :“Più ti svaluto, più valorizzo me stesso”
La permalosità :“Se mi critichi non ti perdono”
La rigidità :“Sto bene così e non cambio”
La testardaggine :Guai a chi mi dice cosa devo fare”
Il vittimismo :“Se non mi faccio compatire non mi presti attenzione”
La fuga: “Visto che non ce la faccio scappo”
L’evitamento :“Non mi sento sicuro, quindi mi ritraggo”
L’acquiscenza :“Non chiedo e non mi oppongo per non essere rifiutata”
L’immobilità:“ Ho paura di sbagliare, quindi non mi muovo”
La dipendenza: “Non ce la faccio, quindi mi aggrappo”
La rinuncia al legame affettivo :“Meglio senza di te che con te”
La ricerca insaziabile d’amore :“Dimostrami che mi ami perché non ci credo”
L’ inseguimento di chi ci rifiuta: “Più ti allontani più ti voglio”
La seduttività :“Seducendoti, ti costringerò ad apprezzarmi”
L’eccesso di generosità :“Se non mi accetti
Quando si manifesta l’insicurezza?
L’insicurezza s’impone nella vita della
persona, in modo invasivo e persistente creando difficoltà continue nel quotidiano, alimentando sempre di più la sensazione di essere come bloccati, non più padroni di sé stessi e dei propri comportamenti.
Quando esiste un buon funzionamento psicologico, la persona, vive sensazioni d’insicurezza di fronte a scelte importanti, a compiti difficili o in quelli in cui è meno preparato. In questi casi, egli, elabora strategie personali per colmare la distanza tra le sue competenze e la scelta o il compito da svolgere. Per esempio, se deve comprare una casa cercherà di avere tutte le informazioni necessarie per fare una scelta azzeccata, se deve dare un esame, studierà i libri consigliati, e via dicendo.
Le strategie, che possono essere le più varie ma tutte utili se efficaci, consentono di conoscere la situazione, padroneggiarla, averne il controllo e di conseguenza diminuire la distanza tra la persona ed il compito e aumentare il senso di sicurezza.
Il problema, nasce quando la persona si sente insicura spesso (es. più volte al giorno), di fronte a compiti/decisioni giudicati semplici (es. uscire di casa per andare a comprare il pane) e quando l’insicurezza è tanto accentuata che la persona non è capace di mettere in atto strategie risolutive e si blocca (es. rimandare gli esami universitari).
Come superare l’insicurezza?
Esplorare
Andare indietro nel tempo per capire da dove, da checosa, da chi, la propria insicurezza possa essere originata
Comprendere
Cercare di individuare i propri condizionamenti e le proprie difese che inizialmente sono state adottate per diminuire il disagio e che poi invece cronicizzandosi hanno generato disagi forse maggiori
Agire
Osservare molto attentamente le proprie reazioni emotive e i propri comportamenti attuali nel quotidiano, ricollegandoli ai propri condizionamenti e alle proprie difese, riconoscendoli come nocivi e quindi combattendoli per poterli eliminare.

Dott.De Blasio Stefania

Il corpo parla e dice: ti seduco così

Il corpo parla e dice: ti seduco così

Il corpo che parla

“L’ immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, dimensione, taglia del nostro corpo e i sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche e rispetto alle singole parti del nostro corpo” Slade,1988
Secondo l’autore, l’immagine corporea è costituita da diverse componenti: percettiva (ad esempio, come la persona visualizza la taglia e la forma del proprio corpo); attitudinale (quello che la persona pensa e conosce del proprio corpo); affettiva (i sentimenti che la persona nutre verso il proprio corpo); comportamentale (riguardante ad esempio, l’alimentazione e l’attività fisica). Quindi l’immagine corporea riguarda la persona nella sua globalità, e i suoi effetti possono essere rilevanti e complessi.
Schilder (1995) definisce l’immagine corporea come l’immagine del nostro corpo che ci formiamo nella mente. Rappresenta il modo in cui il corpo viene vissuto, com’è sentito e come si modifica mentalmente.
Il modo in cui il corpo viene soggettivamente rappresentato dirige il progetto di vita, influenza le relazioni, il tipo di difficoltà fisiche e psicologiche verso cui tende maggiormente.
Il livello di soddisfazione o insoddisfazione corporea viene determinato da diversi fattori emozionali: ansia e depressione, senso di benessere, autostima ecc.
Ruggieri (2001) definisce l’immagine corporea come il risultato dell’integrazione di più componenti, sia psicologiche che corporee: il rispecchiamento proveniente dal gruppo familiare, le sensazioni propriocettive, le informazioni provenienti dall’attuazione di pattern emotivo-istintivi integrati e i modelli di interazione interpersonale, concorrono tutti alla costruzione dell’immagine corporea. Questa a sua volta influenzerà in maniera significativa i corpo reale
L’immagine corporea è un modellatore attivo del comportamento ed è un processo nucleare che sta alla base della costruzione dell’identità.
Il corpo e soprattutto l’immagine che abbiamo di lui determina il nostro modo di utilizzarlo come strumento di seduzione, infatti la seduzione utilizza il canale verbale e non verbale attraverso il “ linguaggio del corpo” e cioè postura, mimica, gesti, tipo di abbigliamento, trucco, sguardo, profumi, reazioni fisiologiche più elementari spesso incontrollate (arrossire) è possibile “parlare” all’altro in termini più o meno seduttivi.
Diodato (2003) individua nel comportamento del corpo, segnali che funzionano da «Go o Stop» all’approccio. Ad esempio atteggiamenti che funzionano da GO
• Al primo incontro guardare negli occhi
• Occhiata falsamente casuale al corpo
• Aggiustarsi l’abito, ravvivarsi i capelli
• Raddrizzare il portamento
• Sorridere spesso, annuire piegando il capo sulla spalla
• Tenere le braccia ben discoste sul corpo e mani aperte
• Giocherellare con un oggetto
Atteggiamenti che funzionano da STOP
• Ginocchia incrociate, gambe strette
• Braccia incrociate sul petto
• Mani unite in grembo o che stringono uno il polso dell’altra
• Coprirsi il volto con le mani
• Tenere un bicchiere in mano fra sé e l’altra persona
• Mordicchiarsi le labbra o muovere nervosamente un piede
• Evitare ogni contatto fisico
Importante differenziazione da fare è distinguere i comportamenti seduttivi femminili da quelli maschili. La donna:
• In piedi: raddrizza la schiena, la inarca leggermente mette in evidenza il petto;
• Da seduta: schiena dritta, seno in evidenza. Alcune donne amano accavallare le gambe da una parte e poi dall’altra;
• Il sorriso può essere appena accennato e misterioso, oppure timido o aperto e gioioso. Alcune donne passano la lingua sulle labbra o le mordono appena con un movimento sensuale. Gli occhi sono vivi, lucenti e lo sguardo si fissa in quello di lui indugiando una frazione di secondo. Tocca i capelli con sensualità, li accarezza, li sistema. Le mani permettono gli «autoincontri», che sono come suggerimenti al potenziale partner di essere lui ad accarezzare.
L’uomo:
• In piedi infila i pollici nella cintura o nelle tasche dei pantaloni (puntare l’attenzione sui genitali), raddrizza la schiena e mette in mostra i pettorali;
• Seduto: spalle aperte, braccia appoggiate. Le gambe sono allargate con naturalezza oppure una caviglia è appoggiata sul ginocchio dell’altra gamba. Alcuni socchiudono gli occhi utilizzando uno sguardo predatore, altri utilizzano occhiate lunghe e penetranti;
• Il movimento è sicuro, elastico. Lui tenta di avvicinarsi, riduce la distanza, si protende verso di lei, a volte può sfiorarla come per caso. I muscoli se tonici, li mette in mostra appena l’occasione lo consente.

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Dott. De Blasio Stefania

Motivazione : come mi aiuta a scuola,nel lavoro e nello sport.

Motivazione : come mi aiuta a scuola,nel lavoro e nello sport.

Nell’articolo precedente abbiamo parlato di auto motivazione  e volontà, ora più nello specifico andiamo a vedere come questi costrutti ci aiutano nel lavoro, nello sport e nella scuola.

La psicologia umanistica ha dato importanza in ambito lavorativo alla qualità delle relazioni interpersonali tra lavoratori,alla possibilità di sviluppare la propria personalità nell’attività professionale, alla necessità di ricorrere alle risorse personali in modo creativo e costruttivo. Maslow  ha proposto una teoria motivazionale basata sull’idea dell’innata positività umana che si realizza in condizioni ideali e attraverso il raggiungimento del benessere psicologico. Herzberg nella sua teoria dei fattori  afferma che esistono due categorie separate di fattori motivanti al lavoro: fattori igienici e fattori propriamente motivanti. Realizzare i primi è necessario per prevenire l’insoddisfazione, anche se la soddisfazione deriva solo dai secondi. Vroom  nella sua teoria  dell’aspettativa sostiene che la motivazione deriva dall’equilibrio delle credenze che spingono il lavoratore a credere di poter compiere al meglio un dato compito attribuendo contestualmente al risultato un elevato valore positivo e che sia funzionale  all’ottenimento di un’adeguata ricompensa. Deci e Ryan enfatizzano maggiormente il ruolo delle credenze e delle convinzioni dell’individuo rispetto all’attività intrapresa e alle proprie abilità nell’affrontarle. Locke e Latham hanno proposto la teoria del goal setting che prevede la gestione dell’attività lavorativa per obiettivi, dove l’obiettivo orienta, spinge e motiva l’individuo all’azione. Le caratteristiche basilari degli obiettivi sono : specificità, misurabilità, accessibilità,realismo, tempo definito, facilmente sintetizzato con l’acronimo S.M.A.R.T.  La valida tabella di goal setting prevede tre tipi di obiettivi; di risultato, di performance e di processo. Le caratteristiche del goal che influenzano la prestazione sono i “mediatori”, variabili che spiegano la relazione tra causa e conseguenza. L’obiettivo da la direzione, definisce lo sforzo, favorisce la persistenza e stimola strategie adeguate ai desideri. I modeatori sono l’impegno, l’abilità , il feedback, il vincolo situazionali e l’autoefficacia.

Nell’attività sportiva è recente l’interesse per un approccio psicologico che tiene conto della stretta relazione che lega corpo e mente. Nella preparazione mentale del’atleta un fattore importante è la motivazione. Per poter definire la motivazione dell’atleta va appurato il locus of control che è interno in atleti che si sentono responsabili di ciò che gli accade, esterno negli atleti che attribuiscono  i risultati ottenuti a forze esterni. La motivazione dell’atleta è direttamente rafforzata da un’aspettativa di successo elevata. Gli atleti si trovano spesso a  contatto con fatica, dolore che diventano agenti stressanti. La personalità resistente, cioè motivata a proseguire nello sforzo fisico, si caratterizza per una sensazione di controllo che porta a pensare di essere padrone della propria vita. Un altro requisito è l’impegno, cioè perseguire un impegno  anche di fronte a difficoltà o ad eventi che deludono le aspettative e infine, la capacità di accettare la sfida. Perseverare di fronte alle difficoltà dipende dalla capacità di stabilire obiettivi adeguati. Una fase importante nello sport è individuare obiettivi significativi, devono essere chiari e operativamente definiti. Per raggiungere l’obiettivo facilmente può essere utile indicare diversi sotto-obiettivi a breve termine; gli obiettivi devono essere posti in termini positivi e propositivi, inoltre nello sport di squadra è importante che gli obiettivi siano condivisibili. Qualunque strategia si adotti è necessaria l’autodisciplina che serve all’atleta per organizzare la propria vita quotidiana coerentemente al raggiungimento degli obiettivi sportivi stabiliti. La psicologia sportiva identifica numerose strategie per rafforzare la motivazioni, come ad esempio: il training propriocettivo che aumenta l’autopercezione, la concentrazione e il rilassamento, la visualizzazione che aiuta a rappresentare mentalmente il programma di allenamento, allenamento ideomotorio, ristrutturazione cognitiva.

Negli sport di squadra la motivazione dipende dalle dinamiche di gruppo; un gruppo unito  si basa sulla coesistenza di obiettivi personali  e obiettivi collettivi. Il passaggio da un gruppo di individui a squadra  passa attraverso cinque fasi:

  • forming (fase della formazione: c’è dipendenzae orientamento),
  • storming (fase del conflitto: nascono conflitti nel gruppo) ,
  • norming (fase normativa: coesione e scambio),
  • performing (fase della prestazione: role taking e problem solving),
  • adjourning (fase della sospensione: c’è un disimpegno progressivo).

Negli sport estremi  gli atleti hanno una altissimo livello di consapevolezza e autocontrollo. Tale sport richiede  preparazione fisica ma anche mentale e psicologica.

Nella scuola il tema della motivazione è da sempre molto importante, poiché la motivazione è la chiave per il successo scolastico e nella vita. Alcune teorie si sono interessate a tale ambito, come ad esempio l’approccio comportamentista con la teoria del rinforzo, l’approccio cognitivista con la concezione della motivazione all’apprendimento attiva e le ultime teorie che mettono in luce l’interazione tra fattori ambientali e situazionali. La motivazione allo studio trasforma la fatica dell’apprendimento in fonte di piacere, spingendo il soggetto a mettere in atto strategie di apprendimento. In passato la scuola è stata sicuramente dominata da logiche di stampo comportamentista dove la motivazione degli studenti si può ottenere attraverso rinforzi negativi o positivi  che condizionano dall’esterno il comportamento degli allievi. Oggi sicuramente  si è più attenti a sviluppare  la motivazione intrinseca e a stimolare l’allievo ad allenare al forza di volontà, ricorrendo alla decisione, all’autoregolazione e all’autovalutazione. Tra i fattori più comuni che fanno diminuire la motivazione abbiamo: strategie di controllo, la competizione e l’impotenza appresa .

Un apprendimento efficace invece è dato da fattori come: buone abilità personali, saper utilizzare svariate strategie di apprendimento , superare il concetto di compito trasformandolo in obiettivo, bisogno esplorativo o curiosità, bisogno di competenza, di appartenenza e affetto , bisogno di successo e di autorealizzazione. Dopo i bisogni arrivano gli interessi e desideri  che nascono dall’interazione tra stimolo esterno e risposta individuale positiva a quello stimolo. Sono importanti anche le aspettative e i valori del contesto familiare e scolastico , noto è l’effetto Pigmalione che porta lo studente ad interiorizzare il giudizio degli insegnanti convincendosi e comportandosi di conseguenza. Compito dell’insegnante è avvicinare gli studenti all’apprendimento facendo percepire loro il piacere dello studio derivante dalla soddisfazione di bisogni fondamentali strutturando, attraverso un clima collaborativo, un percorso che permette  a ciascun allievo di percepirsi competente, autodeterminato e stimato in classe.

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Volontà e automotivazione: cosa sono e a cosa servono

Volontà e automotivazione: cosa sono e a cosa servono

Abbiamo
sempre sentito parlare di motivazione, volontà e bisogni, e gran parte di noi sa  che questi tre fattori sono alla base del raggiungimento dei nostri obiettivi, pochi però sanno come questi si manifestano e si combinano tra di loro. Per iniziare allora, tre definizioni:

  • la motivazione è ciò che conduce ad una determinata azione. La prima distinzione da fare è tra motivazione intrinseca ed estrinseca e tra motivazione incentrata sull attività contrapposta a quella incentrata sullo scopo. Per quanto riguarda la prima si chiama anche automotivazione, considerata la più efficace e persistente, non è rigida e immutabile e può aumentare e diminuire in base alle circostanze. Importante è l’esperienza flow (stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività) che genera uno stato di benessere ed è importante per il rendimento;
  • la volontà non riguarda gli atti riflessi e gli automatismi e ha bisogno dell’intervento dell’intelligenza,dell’apprendimento, della consapevolezza, della responsabilità e della libertà d’azione. Sia la volontà che la motivazione sono all’origine dell’azione e sostengono il comportamento. Il processo volitivo subentra quando la motivazione è carente, insufficiente o indebolita da varie difficoltà. La volontà è sempre rivolta ad uno scopo e presuppone consapevolezza;
  • il bisogno può essere definito come uno stato di carenza che spinge l’individuo a rapportarsi con il suo ambiente al fine di colmarlo. Un’interessante definizione è stata fatta da Murray il quale credeva che il bisogno non fosse un impulso ma un fenomeno individuale legato alla personalità del soggetto.  Fu il primo a mettere in correlazione la psicologia della motivazione con una dettagliata classificazione dei bisogni. Importante è stata la sua classificazione attraverso la famosa piramide dei bisogni;

Il processo della volontà  serve a portare a termine l’azione a fronte di sopraggiunte difficoltà, quando il comportamento motivato è minacciato ed è richiesto un maggiore sforzo di perseveranza e di concentrazione sull’obiettivo. Elemento essenziale della volontà è la capacità di autocontrollo, grazie alla quale il soggetto riesce a fare scelte consapevoli e ad arrivare all’azione concreta orientata al raggiungimento dell’obiettivo finale. I deficit volitivi sono dovuti a scarsa capacità di autoregolazione e controllo di Sé.

Secondo Bueb il deficit di disciplina e autoregolazione impedisce al soggetto di sviluppare la forza di volontà e di raggiungere  l’autonomia e la libertà. Esiste poi uno stato particolare in cui il soggetto è profondamente concentrato sull’attività e raggiunge alti livelli di efficienza pur senza ricorrere all’esercizio della volontà e dell’autocontrollo consapevole. Si tratta dell’esperienza di flusso in cui l’individuo è completamente immersa nell’attività, coinvolta e focalizzata sull’obiettivo. È un’esperienza positiva e favorisce l’emergere di strategie e abilità personali che altrimenti resterebbero inespresse. Sull’onda del rinato interesse intorno alla volontà, si è inoltre riesumato l’antico un modello di severità e disciplina È necessario dunque  coltivare l’attenzione e la riflessione, esercitare la virtù morale, tenersi impegnati in un’attività e controllare le emozioni negative e adottare uno stile di pensiero positivo e ottimista. Nel definire la volontà individuale è stata data importanza ai tratti di personalità. Vengono distinti tre elementi caratteriali: l’emotività, l’attività e la primari età e dalla combinazione di questi derivano otto caratteri fondamentali. Per quel che riguarda l’autoregolazione volitiva è stato riscontrato che le persone orientate all’azioni utilizzano varie strategie, tipo: il controllo dell’attenzione attraverso la raccolta di informazioni pertinenti che poi vengono selezionate e codificate.

Un’altra strategia è il contenimento delle emozioni e il controllo della motivazione e dello stimolo. Importante risulta anche il controllo dell’ambiente,la gerarchizzazione degli intenti  e il controllo dei processi attributivi, infine, ma non in ultimo bisogna incrementare il proprio senso di autoefficacia e al fiducia in sé. Tali strategie  si sviluppano attraverso il consolidamento delle proprie competenze di scelta, lo sviluppo della capacità di pianificazione per poi passare all’azione vera e propria attraverso lo sviluppo dell’autoregolazione e della perseveranza. L’ultima fase  del processo volitivo è quella valutativa dove si gettano le basi per la motivazione e la forza di volontà future. Se si attribuisce una valutazione negativa è possibile rinforzare la capacità di autovalutazione, che deve essere obiettiva e realistica. Per poter rinforzare uno stile attributivo obiettivo può essere utile confrontarsi non solo con standard esterni ma anche con proprie prestazioni analoghe precedenti per verificarne i progressi.

Fondamentale rilievo risultano essere anche i fattori socioculturali e l’ambientali. Le relazioni di scambio individuo-ambiente diventa spesso terreno di scontro tra la volontà individuale e quella esterna, espressa attraverso l’autorità. Trovare il giusto confine tra libera scelta e autorità esterna è difficile ma necessario. L’autorità è necessaria per la maturazione dell’individuo e della volontà autonoma, in quanto fornisce un quadro valoriale di riferimento all’interno del quale il soggetto può scegliere e deliberare consapevolmente. I fattori esterni di autoregolazione possono stimolare l’autoregolazione , aiutando il soggetto nel suo sforzo volitivo. Sono processi facili da controllare, incoraggiare e sviluppare sostengono l’individuo solo in una fase iniziale. L’onere e l’onore di ricorrere a questi processi spettano agli educatori e a chi ha un ruolo direttivo. Riuscire a organizzare e a controllare l’ambiente dall’esterno sono i passi essenziali  per motivare gli individui e fargli sviluppare la forza di volontà.

Un altro tipo di strategia può essere quella di lavorare in gruppo, o di dimostrare interesse verso una particolare attività, nonché enfatizzare gli eventuali progressi compiuti in quell’attività dal soggetto poco volitivo. In tale processo la famiglia riveste un ruolo fondamentale poiché attraverso l’apprendimento e l’interiorizzazione della disciplina il bambino accede alla sua volontà autonoma. Il rispetto delle regole fa si che il bambino costruisca la sua forza di volontà  e sviluppi la sua personalità. I genitori devono calibrare costantemente le proprie convinzioni sulle effettive abilità dimostrate dai figli,attraverso il rispetto della singolarità dei figli innalzano la richiesta d’impegno mano a mano che la volontà si fa sempre più forte per arrivare in maniera sana alla libera scelta consapevole.

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Dott. De Blasio Stefania