Depressione: quali terapie?

Depressione: quali terapie?

La depressione

comprende una forma di disperazione generalizzata. I pazienti esprimeranno rassegnazione riguardo alla perdita o al danno inflitto al sé, si sentano sconfitti, privi di speranza e tristi. In una terapia a stampo umanistico –integrtato il trattamento comporterà la destrutturazione della reazione depressiva nelle sue determinanti cognitive-affettive e il riconoscere e sperimentare l’emozione dolorosa primaria.
Gli interventi agevolano i clienti ad entrare nei propri sentimenti negativi disperanti al fine di accedere alle risorse alternative e modificare i sentimenti; essi saranno in grado di riconoscere ed accettare la perdita e andare verso nuovi interessi. È dunque importante:
• Condurre l’attenzione sul vissuto corporeo: l’accesso alla tristezza avverrà attraverso messe in azioni : lavoro con la sedia vuota e con l’immaginario. Quando il cliente evoca vissuti di disperazione, domande finalizzate a focalizzarsi meglio sulla ferita possono dirigere l’attenzione sui vissuti corporei di tristezza primaria. Gli interventi favoriscono nel cliente la simbolizzazione del significato dell’esperienza poiché sono incoraggiati ad esprimere ciò che manca o è mancato e come ciò influisca sulla loro vita.
• Centrarsi nel presente: è importante dare risalto al processo con cui si evidenzia momento per momento. Un aspetto rilevante del principio di centrare sul presente riguarda la conferma empatica del senso di vulnerabilità del cliente, del suo sentirsi debole o esposto mentre sperimenta dolore.Tali risposte servono a convalidare l’esperienza e a fornire un holding per poter entrare nella tristezza tenuta a distanza.
• Intensificare l’esperienza: l’obiettivo è evitare che il cliente eviti la tristezza, accresca la consapevolezza fino a rendere difficile la negazione per allentare il controllo e sperimentare a pieno il dolore. La tristezza può essere sperimentata più in profondità mediante l’uso di metafore e di riflessioni empatiche connotative. Risposte che dirigono l’attenzione sull’intensità dell’esperienza sui vissuti corporei di dolore e vuoto possono essere fortemente evocative
Altra terapia funzionale al disturbo depressivo è quella a stampo cognitivo. Gli interventi sono diretti ai comportamenti e ai pensieri automatici per alleviare i sintomi e modificare gli schemi. Si inizia con interventi comportamentali perché modificando questi si potrà agire sui processi cognitivi.
Gli interventi che cambiano gli schemi sono presentati verso la fine perché destinati a ridurre la vulnerabilità del pazienti per depressioni future. Per un buon intervento è necessario individuare:
• lo schema: convinzioni inconsce che abilitano l’individuo a interpretare le sue esperienze in modo significativo;
• situazioni precipitanti e attivanti:le prime sono eventi importanti che possono aver provocato la malattia, le seconde sono eventi di piccola portata che provocano umore negativo
• origini: si traggono informazioni su come il paziente abbia appreso il suo schema problematico;
• sommario dell’ipotesi di lavoro: cuore della formulazione, resoconto che descrive come il paziente ha appreso lo schema e come lo mette il atto.
A questo punto è utile considerare i punti di forza e qualità del paziente che possono includere buone capacità sociali, abilità collaborative, senso dell’umorismo, risorse finanziarie, buona rete d’appoggio, intelligenza. Tale disposizione ha lo scopo di consigliare al terapeuta di attingere dai punti di forza per poter formulare il piano di trattamento che dovrà includere :obiettivi, interventi e ostacoli
Per lavorare in maniera collaborativa con il paziente è utile stilare insieme un’agenda. L’agenda ha due obiettivi:
• rivedere i compiti assegnati dal terapeuta,
• concordare con il paziente i punti più importanti da trattare nella sessione.
La componente chiave di una sessione di terapia strutturata è la pianificazione delle attività che:
• devono aumentare,
• servono ad accrescere piacere e padronanza nel paziente,
• alcune attività sostengono il pensiero adattivo.
Altro strumento essenziale è la registrazione del pensiero che viene usato per insegnare ai pazienti a identificare e cambiare i pensieri automatici che guidano gli umori negativi e i comportamenti disadattivi. A questo segue la registrazione delle prove.
Per il cambiamento degli schemi viene utilizzata la registrazione dei dati positivi che consiste in un insieme di prove in appoggio a uno schema positivo. In conclusione per trattare i disturbi dell’umore, e più nello specifico la depressione, si potrebbe pensare ad una terapia che, partendo dai vissuti del paziente, integri gli aspetti essenziali dei due approcci: aspetti emotivi ed aspetti cognitivi.

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Dott.De Blasio Stefania

Depressione: sintomi e cause

Depressione: sintomi e cause

  • La depressione è un disturbo dell’umore molto frequente.Il disturbo depressivo ha esordio più frequentemente tra gli adulti, in genere dopo i 27 anni, sono più colpite le donne, soprattutto non sposate. C’è una forte correlazione con un basso status socio economico ed è presente una comorbilità con altri disturbi (in particolare ansia che spesso precede il disturbo depressivo e abuso di sostanze. E’ importante distinguere tra calo dell’umore passeggero, di cui un pò tutti siamo a conoscenza ( giornata storta, tristezza, irritabilità) e depressione clinica che invece presenta molti altri sintomi e si prolunga nel tempo.

    Chi ne soffre ha un umore depresso per tutta la giornata per più giorni di seguito e non riesce più a provare interesse e piacere nelle attività che prima lo interessavano e lo facevano stare bene. Si sente sempre giù e/o irritabile, si sente stanco, ha pensieri negativi, e spesso sente la vita come dolorosa e senza senso (“dolore del vivere”).Ci si sente senza speranza, senza poteri né risorse, completamente impotenti difronte alla vita e alle persone. Mancano le energie per fare qualsiasi attività, fisica e mentale. E del resto niente sembra interessare più né in grado di dare piacere. Si guarda la propria vita e tutto appare un fallimento, un susseguirsi di perdite di cui spesso ci si sente colpevoli. Oppure si è convinti che la colpa sia degli altri, della vita, della sfortuna e ci si sente arrabbiati con tutto e tutti e si arriva a farsi terra bruciata intorno. L’isolamento è cercato e sofferto, e appare inevitabile. Oltre a questi sintomi, la persona depressa può soffrire di aumento o diminuzione dell’appetito, con conseguente perdita di peso; può presentare rallentamento o agitazione motoria, può avere un sonno disturbato (dorme di più o di meno, non riesce ad addormentarsi, si sveglia prima)

 

 

La prima distinzione da fare è tra depressione  unipolare e bipolare.Il disturbo bipolare, ha insorgenza precoce ed è elevato nei parenti di primo grado dei pazienti con disturbo bipolare.Il disturbo unipolare è più frequente tra le donne, ha  un’insorgenza precoce e i soggetti sono più inclini ad esperire insonnia, ansia, ipocondria e agitazione psicomotoria.

Altre forme di Depressione sono:

  • depressione psicotica: episodi depressivi con gravi disturbi psicomotori
  • depressione endogena: caratterizzata da anormalità biologiche, grande diffusione familiare, minor tasso di eventi di vita stressanti
  • depressione reattiva: episodi depressivi dovuti ad eventi di vita stressante
  • depressione atipica: più colpite donne in giovane età, comorbilità con ansia e disturbi di personalità, decorso cronico
  • depressione cronica : rientra in questa categoria il disturbo distimico

Tra le  cause principali del disturbo le più accreditate sono quella che la rintraccia nel fattore biologico, per cui alcuni hanno una maggiore predisposizione genetica verso questa malattia; e il fattore psicologico, per cui le nostre esperienze (particolarmente quelle infantili) possono portare ad una maggiore vulnerabilità acquisita alla malattia. Sia i fattori biologici che quelli psicologici interagiscono tra loro ma non per forza portano allo sviluppo del disturbo. Una persona vulnerabile può non ammalarsi mai di depressione, se non capita qualcosa in grado di scatenare il disturbo e se ha relazioni buone e supportive. Il fattore scatenante è spesso qualche evento stressante o qualche tensione importante che turba la nostra vita e che è valutata il termini di perdita importante e non accettabile. Quindi si può trattare di un evento negativo di perdita (un lutto, la fine di una relazione, la perdita del lavoro, etc.) oppure un evento positivo ma sempre valutato come perdita (la nascita di un figlio che “toglie libertà”, la laurea in cui si perde lo status di studente, etc.) o la mancanza di eventi positivi per i quali ci si è impegnati tanto come per esempio una promozione.

E’importante sottolineare che la persona che soffre di depressione necessita di un aiuto professionale che possa sostenerla e accompagnarla durante il trattamento che inoltre, a volte, si accompagna ad un trattamento farmacologico. Nel prossimo articolo vedremo quali percorsi terapeutici sono più adatti alla cura di tale disturbo.

 

Padre e figlio: quale relazione

Padre e figlio: quale relazione

Riscoprire il padre. Importanza della figura maschile nella relazione con il figlio

“L’essere umano è l’unico tra gli animali che nasce non sapendo  “per istinto” come amare, come difendersi, come organizzare i propri affetti e le proprie relazioni. L’uomo non possiede un modello di comportamento ereditato per fare la corte, per accoppiarsi e la sua conoscenza su come riconoscere i nemici non è innata. A insegnare  all’uomo maschio come fare ciò è il padre. Il bambino senza padre, che non viene iniziato al maschile non ha volto, è portatore di un’identità debole e spaventata.” (cit. A. Mitscherlich)

Ho voluto iniziare con questa citazione, perchè forse più di tutte racchiude l’importanza di una sana relazione padre-figlio e ne semplifica il senso.

Nei primi anni di vita del bambino, ma non solo, il padre riveste un’importantissima funzione:sostiene e in parte determina la relazione madre-bambino proprio grazie al suo modo di essere presente nella famiglia, con questa funzione egli regola la distanza nel rapporto madre-figlio. Potremmo definirlo il regolatore della relazione empatica. Se non accade tale separazione, il figlio conserva l’assenza di limiti con l’ altro, perde o non acquista l’individualità, resta nella fusione. Se il padre esplica la sua funzione di forza e di legge, il figlio acquisisce una sua individualità e si separa senza traumi dal mondo materno raggiungendo una sintesi tra padre e madre  che Fromm definisce ” la base della salute mentale e della conquista della maturità. Ciò permette il ritorno alla madre senza pericolo”
Lo stesso Freud (1924) teorizza l’ingresso del padre nella relazione con il figlio solo attorno ai tre o quattro anni di vita: egli entra veramente nel triangolo relazionale, con una funzione di rivalità  solo in epoca edipica.  La crisi edipica non potrebbe essere superata senza la proibizione che è nel rivale paterno. Durante l’adolescenza si ripete la stessa intromissione che ha permesso l’avvio di un processo di individualizzazione del bambino e ha gettato le basi delle future relazioni interpersonali (padre come altro da sè e dalla madre).
Inizialmente il padre viene sentito come rivale, poi si determina un’idealizzazione di sè, trae materia dal genitore dello stesso sesso che raffigura il “modello”. L’adolescente maschio nega l’attrazione verso la madre (fase di latenza-genitale) ed emerge ostilità, spesso espressa, verso il genitore dello stesso sesso. Il ragazzo è fiero della sua virilità perchè deve passare da una rottura dilaniante di una rinuncia della madre e identificazione all’immagine virile. In questa fase il padre è importante per una sana identificazione sessuale del figlio e introspezione strutturale del Super-Io che scaturisce da un’identificazione con la figura del padre, inibitoria e odiata, ma anche ammirata e invidiata. Il bambino si identifica con colui che può dispensargli il maggior numero di gratificazioni e punizioni, ossia colui che più di frequente influenza il suo comportamento.

Il padre serve come modello di aggressività per il figlio, è modello strumentale poichè serve a far si che il figlio si inserisca nella società e la possa controllare.Il padre trasmette al figlio i valori della società e promuove la consapevolezza. Ha un ruolo guida per quanto riguarda l’autorità sia per come “presenta” al figlio le varie “autorità” che incontrerà nel suo cammino, ma anche dal modo in cui egli stesso si pone al figlio come autorità potrà dipendere la socialità del figlio. Una relazione positiva tra i due può favorire la sicurezza del ragazzo nelle relazioni con l’altro sesso.

L’assenza della figura paterna determina il costituirsi di un eterno adolescente  in perenne ricerca di rassicurazioni narcisistiche per la sua esistenza, carente proprio sul piano maschile e paterno.

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Fotografia e psicologia: quante emozioni!

Fotografia e psicologia: quante emozioni!

Rivedere vecchie foto è sempre una forte emozione. Una foto rievoca ricordi e i ricordi portano con sè emozioni: gioie, dolori, tristezze, ansie , paure. La fotografia non rimanda una copia fedele della realtà ma piuttosto una interpretazione e reinvenzione di essa, la percezione del tutto personale che ne ha il soggetto.Ecco perchè è risultato molto utile utilizzarle in ambito terapeutico, dando vita a quella che definiamo fototerapia e che si inserisce a pieno titolo nel contesto specifico dell’arte-terapia.

La fototerapia è un insieme di tecniche interattive che permettono al cliente di essere consapevole e di verbalizzare i momenti delle propria esistenza, lasciando emergere allo stesso tempo emozioni e atteggiamenti metaforici, simbolici, e non verbali che gli appartengono.

Importante nella terapia è la scelta della foto in base ai messaggi che queste veicolano e quindi all’esplorazione che consentono. Il terapeuta deve interessarsi al “perché” e al “come” una certa foto è stata scelta e non tanto a cosa essa ritrae. Il terapeuta assume una posizione di “non conoscenza” nel processo di narrazione del contenuto veicolato dalla foto, non interpreta, non anticipa contenuti, attende che sia il paziente a “svelare la sua verità”.  Spesso è opportuno accogliere le emozioni che ci vengono portate con una posizione di accetazione incondizionata dell’altro. Accogliere l’altruità nel qui e ora. Si possono utilizzare anche foto non appartenenti alla famiglia o a immagini del paziente, la foto riesce a far emergere catarsi emotive in particolare in quei pazienti che usano prevalentemente la loro parte cognitiva. E’ altresì molto utile con quei pazienti che hanno difficoltà ad elaborare un lutto. Può essere usata ponendo una foto sulla sedia vuota.

La fotografia consente:

  • l’attivazione del processo proiettivo
  • il rafforzamento dell’alleanza terapeutica
  • la consapevolezza della dissonanza  (Ossia il conflitto intrapsichico fra quello che si è, il comportamento che si ha e ciò che vorremmo essere, la consapevolezza di questa frattura e l’accettazione di quello che si è dovrebbe condurre al cambiamento.)
  • la facilitazione del cambiamento

Quando si può applicare? 

Solitamente la fototerapia si può utilizzare con tutti i pazienti, in particolare risulta utile:

  • nella terapia della reminiscenza. (guardare le foto riattiva la memoria storica)
  • con bambini e adolescenti, adottati, diversamente abili.
  • per stimolare l’immagine personale.
  • nei disturbi alimentari.
  • nella perdita e lutto. (per lasciare andare oltre il proprio caro in persone che fanno fatica a separarsi).
  • nelle esperienze traumatiche.

La fototerapia nella sua applicazione si avvale di  diverse modalità, queste sono direttamente correlate al legame tra persona e macchina fotografica, la persona e le foto.E’ possibile infatti analizzare:

  1. Foto nelle quali il soggetto è ritratto
  2. Foto scattate dal cliente
  3. Foto scelte dal cliente per auto-descriversi e rappresentare se stesso
  4. Istantanee autobiografiche, in cui vengono ritratti familiari, amici, ricorrenze varie  e possono essere organizzate in album.
  5. Foto generics , di fronte alla quale il cliente, attribuisce un significato strettamente personale.

Quest’ultima modalità si avvale della tecnica proiettiva ,un processo metaforico basato sulle libere associazioni evocate da una fotografia la quale rivela l’esistenza di legami caratterizzanti di significati personali che possono prescindere anche da ciò che essa riproduce. Ossia è possibile attribuire un significato all’immagine che può non avere nessuna coincidenza con l’immagine stessa.

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Una buona terapia grazie all’empatia

Una buona terapia grazie all’empatia

Empatia perchè è così importante in terapia?

Esistono molte definizioni del concetto di Empatia elaborate da altrettanti autori che ne hanno messo in luce diversi aspetti e di conseguenza differenti criteri per identificala e misurarla. Il risultato è che non esiste una definizione unitaria e condivisa. Infatti se in letteratura ne esaminiamo le definizioni si nota come spesso il termina simpatia venga utilizzato per circoscriverne e differenziarne il significato.
La simpatia è “sentire con l’altro” dunque si parla di due unità psichiche, l’empatia è invece “sentire dentro l’altro” si crea una sola unità. In ambito terapeutico nel primo caso osserviamo il mondo dell’altro, nel secondo caso siamo nel mondo dell’altro.L’empatia è un’importante competenza emotiva grazie alla quale è possibile entrare più facilmente in sintonia con la persona con la quale si interagisce.
E’ un’abilità sociale di fondamentale importanza e rappresenta uno degli strumenti di base di una comunicazione interpersonale efficace e gratificante. Si manifesta con l’ascolto attivo, che diventa empatico quando si è disposti a uscire dai propri schemi mentali per considerare quelli dell’altro.

Nelle relazioni interpersonali l’empatia è una delle principali porte d’accesso agli stati d’animo e in generale al mondo dell’altro. Grazie a essa si può non solo afferrare il senso di ciò che asserisce l’interlocutore, ma si coglie anche il significato più recondito psico-emotivo.

Questo ci consente di espandere la valenza del messaggio, cogliendone elementi che spesso vanno al là del contenuto semantico della frase, esplicitandone la metacomunicazione, cioè quella parte veramente significativa del messaggio, espressa dal linguaggio del corpo, che è possibile decodificare proprio grazie all’ascolto empatico.

L’empatia, inoltre, consente di ottenere informazioni utili per interpretare e a volte prevedere, al di
là delle parole pronunciate e di quelle non dette, l’essenza, le intenzioni, i bisogni impliciti e le motivazioni più profonde di un comportamento passato, presente o futuro, altrimenti difficilmente comprensibile con la sola forza della logica e della ragione.
Il tema dell’empatia ha suscitato grande interesse nelle ricerche psicologiche perché molti studi hanno dimostrato che questa è una variabile strettamente correlata ad un buon esito del percorso terapeutico. La capacità empatica in parte può essere  una caratteristica del terapeuta,  per cui alcuni terapeuti sono più predisposti rispetto di altri ad essere empatici, in parte può essere una competenza che può essere appresa e potenziata.

Secondo Rogers è importante non identificarsi nell’altro e mantenere un io – tu, al contrario di Buber il quale sosteneva l’importanza, affinché si potesse parlare di empatia, di stare nel mondo del paziente eliminando il come sé e poter così entrare in intimità.

Nell’ambito delle neuroscienze, in conseguenza alle recenti scoperte scientifiche, è stata proposta la distinzione tra empatia cognitiva cioè la capacità di comprendere e predire lo stato mentale di un altro ed empatia affettiva cioè sperimentare un’emozione appropriata come risultato dello stato mentale di un altro (Cohen e Wheelwright 2004).

L’ empatia viene utilizzata in terapia con lo scopo di illuminare l’inconscio e non per stabilire una relazione in cui può avvenire un’esperienza emozionale correttiva.Secondo l’approccio rogersiano l’empatia è percepire lo schema di riferimento interiore di un altro come se fosse la persona, senza perdere di vista la condizione “come se”.Il blocco fondamentale della teoria di Rogers è proprio la tendenza attualizzante che può essere promossa e facilitata quando il cliente sente che nei suoi confronti esiste un’accettazione positiva incondizionata, in un contesto di comprensione empatica da parte di un terapeuta congruente. Quindi l’empatia è più di una tecnica, è un’attitudine del terapeuta. .

L’ empatia potrebbe essere inoltre identificata  come una componente dell’alleanza terapeutica definita appunto come la costruzione empatica di un ponte di fiducia (base sicura) che permette al cliente di manifestarsi e di coinvolgersi progressivamente (legame di attaccamento) per individuare i bisogni e pianificare così obiettivi realistici.

In generale possiamo dire che l’empatia è la componente centrale dell’arte terapeutica, l’arte cioè di rispondere in modo sensibile al cliente secondo una modalità che sia facilitativa. La terapia non è un processo meccanico e tecnico, ma si basa sull’intelligenza e richiede una continuità di ascolto, pensiero, sintonizzazione e dialogo. Un ascolto empatico attento e rispondente può aiutare i clienti a ricercare le esperienze, chiarire pensieri e percezioni, fare necessarie chiarificazioni di significato, scoprire nuove prospettive, sviluppare una nuova cornice di riferimento e esprimere nuovi comportamenti. Tre dei modi principali attraverso i quali il terapeuta può accompagnare il cliente in questo processo sono: la riflessione empatica, l’interpretazione empatica e l’autosvelamento empatico

 

Ma l’empatia si può apprendere?

Vari studi hanno dimostrato che lo sviluppo dell’empatia è un fenomeno complesso che coinvolge diversi aspetti dello sviluppo cognitivo, affettivo e comportamentale. Si è visto che il bambino ha delle competenze di base per cui ad esempio già a 6-7 mesi possono trasmettere e decodificare le emozioni di base, sanno discriminare i segnali emotivi presenti nell’altro, grazie allo sviluppo dell’amigdala. Tuttavia, pur esistendo delle predisposizioni innate, la capacità empatica si acquisisce e si sviluppa attraverso le interazioni interpersonali. Infatti è stato dimostrato che la capacità genitoriale di soddisfare i bisogni emotivi dei propri figli gioca un ruolo importante nello sviluppo dell’empatia. Al contrario, qualóra alcune emozioni vengano proibite (rabbia, dolore, piacere) il bambino svilupperebbe una minor capacità empatica verso se stesso e verso gli altri. Alcune ricerche condotte su madri depresse, che risultano disponibili fisicamente e non affettivamente, dimostrano che tali madri utilizzano in misura minore di quelle non depresse strategie di interazione empatica con i loro figli e sono meno sensibili nei loro riguardi, i figli mostrano un livello più alto di aggressività, iperattività, depressione, ansietà, e meno empatia. La capacità empatica dipende dallo stile d’attaccamento della persona e quindi dal grado di fiducia e sicurezza che la persona sperimenta.

 

 In conclusione, possiamo dire che il terapeuta attraverso un atteggiamento empatico può entrare in “intimità” con il paziente, favorendo il processo terapeutico. Importante per il terapeuta è non avere paura e spaventarsi di tale intimità perché se il terapeuta percepisce paura o preoccupazione si potrebbe “allontanare”, compromettendo la possibilità di entrare in empatia e quindi in relazione. Per “stare con l’altro” il terapeuta deve essere abbastanza sicuro di sé da sapere che non si perderà in ciò che nel mondo dell’altro potrebbe risultare bizzarro o strano, e che può comodamente ritornare al suo mondo personale non appena lo desidera.

Dott. De Blasio Stefania

Motivazione : come mi aiuta a scuola,nel lavoro e nello sport.

Motivazione : come mi aiuta a scuola,nel lavoro e nello sport.

Nell’articolo precedente abbiamo parlato di auto motivazione  e volontà, ora più nello specifico andiamo a vedere come questi costrutti ci aiutano nel lavoro, nello sport e nella scuola.

La psicologia umanistica ha dato importanza in ambito lavorativo alla qualità delle relazioni interpersonali tra lavoratori,alla possibilità di sviluppare la propria personalità nell’attività professionale, alla necessità di ricorrere alle risorse personali in modo creativo e costruttivo. Maslow  ha proposto una teoria motivazionale basata sull’idea dell’innata positività umana che si realizza in condizioni ideali e attraverso il raggiungimento del benessere psicologico. Herzberg nella sua teoria dei fattori  afferma che esistono due categorie separate di fattori motivanti al lavoro: fattori igienici e fattori propriamente motivanti. Realizzare i primi è necessario per prevenire l’insoddisfazione, anche se la soddisfazione deriva solo dai secondi. Vroom  nella sua teoria  dell’aspettativa sostiene che la motivazione deriva dall’equilibrio delle credenze che spingono il lavoratore a credere di poter compiere al meglio un dato compito attribuendo contestualmente al risultato un elevato valore positivo e che sia funzionale  all’ottenimento di un’adeguata ricompensa. Deci e Ryan enfatizzano maggiormente il ruolo delle credenze e delle convinzioni dell’individuo rispetto all’attività intrapresa e alle proprie abilità nell’affrontarle. Locke e Latham hanno proposto la teoria del goal setting che prevede la gestione dell’attività lavorativa per obiettivi, dove l’obiettivo orienta, spinge e motiva l’individuo all’azione. Le caratteristiche basilari degli obiettivi sono : specificità, misurabilità, accessibilità,realismo, tempo definito, facilmente sintetizzato con l’acronimo S.M.A.R.T.  La valida tabella di goal setting prevede tre tipi di obiettivi; di risultato, di performance e di processo. Le caratteristiche del goal che influenzano la prestazione sono i “mediatori”, variabili che spiegano la relazione tra causa e conseguenza. L’obiettivo da la direzione, definisce lo sforzo, favorisce la persistenza e stimola strategie adeguate ai desideri. I modeatori sono l’impegno, l’abilità , il feedback, il vincolo situazionali e l’autoefficacia.

Nell’attività sportiva è recente l’interesse per un approccio psicologico che tiene conto della stretta relazione che lega corpo e mente. Nella preparazione mentale del’atleta un fattore importante è la motivazione. Per poter definire la motivazione dell’atleta va appurato il locus of control che è interno in atleti che si sentono responsabili di ciò che gli accade, esterno negli atleti che attribuiscono  i risultati ottenuti a forze esterni. La motivazione dell’atleta è direttamente rafforzata da un’aspettativa di successo elevata. Gli atleti si trovano spesso a  contatto con fatica, dolore che diventano agenti stressanti. La personalità resistente, cioè motivata a proseguire nello sforzo fisico, si caratterizza per una sensazione di controllo che porta a pensare di essere padrone della propria vita. Un altro requisito è l’impegno, cioè perseguire un impegno  anche di fronte a difficoltà o ad eventi che deludono le aspettative e infine, la capacità di accettare la sfida. Perseverare di fronte alle difficoltà dipende dalla capacità di stabilire obiettivi adeguati. Una fase importante nello sport è individuare obiettivi significativi, devono essere chiari e operativamente definiti. Per raggiungere l’obiettivo facilmente può essere utile indicare diversi sotto-obiettivi a breve termine; gli obiettivi devono essere posti in termini positivi e propositivi, inoltre nello sport di squadra è importante che gli obiettivi siano condivisibili. Qualunque strategia si adotti è necessaria l’autodisciplina che serve all’atleta per organizzare la propria vita quotidiana coerentemente al raggiungimento degli obiettivi sportivi stabiliti. La psicologia sportiva identifica numerose strategie per rafforzare la motivazioni, come ad esempio: il training propriocettivo che aumenta l’autopercezione, la concentrazione e il rilassamento, la visualizzazione che aiuta a rappresentare mentalmente il programma di allenamento, allenamento ideomotorio, ristrutturazione cognitiva.

Negli sport di squadra la motivazione dipende dalle dinamiche di gruppo; un gruppo unito  si basa sulla coesistenza di obiettivi personali  e obiettivi collettivi. Il passaggio da un gruppo di individui a squadra  passa attraverso cinque fasi:

  • forming (fase della formazione: c’è dipendenzae orientamento),
  • storming (fase del conflitto: nascono conflitti nel gruppo) ,
  • norming (fase normativa: coesione e scambio),
  • performing (fase della prestazione: role taking e problem solving),
  • adjourning (fase della sospensione: c’è un disimpegno progressivo).

Negli sport estremi  gli atleti hanno una altissimo livello di consapevolezza e autocontrollo. Tale sport richiede  preparazione fisica ma anche mentale e psicologica.

Nella scuola il tema della motivazione è da sempre molto importante, poiché la motivazione è la chiave per il successo scolastico e nella vita. Alcune teorie si sono interessate a tale ambito, come ad esempio l’approccio comportamentista con la teoria del rinforzo, l’approccio cognitivista con la concezione della motivazione all’apprendimento attiva e le ultime teorie che mettono in luce l’interazione tra fattori ambientali e situazionali. La motivazione allo studio trasforma la fatica dell’apprendimento in fonte di piacere, spingendo il soggetto a mettere in atto strategie di apprendimento. In passato la scuola è stata sicuramente dominata da logiche di stampo comportamentista dove la motivazione degli studenti si può ottenere attraverso rinforzi negativi o positivi  che condizionano dall’esterno il comportamento degli allievi. Oggi sicuramente  si è più attenti a sviluppare  la motivazione intrinseca e a stimolare l’allievo ad allenare al forza di volontà, ricorrendo alla decisione, all’autoregolazione e all’autovalutazione. Tra i fattori più comuni che fanno diminuire la motivazione abbiamo: strategie di controllo, la competizione e l’impotenza appresa .

Un apprendimento efficace invece è dato da fattori come: buone abilità personali, saper utilizzare svariate strategie di apprendimento , superare il concetto di compito trasformandolo in obiettivo, bisogno esplorativo o curiosità, bisogno di competenza, di appartenenza e affetto , bisogno di successo e di autorealizzazione. Dopo i bisogni arrivano gli interessi e desideri  che nascono dall’interazione tra stimolo esterno e risposta individuale positiva a quello stimolo. Sono importanti anche le aspettative e i valori del contesto familiare e scolastico , noto è l’effetto Pigmalione che porta lo studente ad interiorizzare il giudizio degli insegnanti convincendosi e comportandosi di conseguenza. Compito dell’insegnante è avvicinare gli studenti all’apprendimento facendo percepire loro il piacere dello studio derivante dalla soddisfazione di bisogni fondamentali strutturando, attraverso un clima collaborativo, un percorso che permette  a ciascun allievo di percepirsi competente, autodeterminato e stimato in classe.

Leggi anche http://www.stefaniadeblasio.it/automotivazione-e-volonta-cosa-sono-e-che-effetto-hanno-nella-nostra-vita/

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Volontà e automotivazione: cosa sono e a cosa servono

Volontà e automotivazione: cosa sono e a cosa servono

Abbiamo
sempre sentito parlare di motivazione, volontà e bisogni, e gran parte di noi sa  che questi tre fattori sono alla base del raggiungimento dei nostri obiettivi, pochi però sanno come questi si manifestano e si combinano tra di loro. Per iniziare allora, tre definizioni:

  • la motivazione è ciò che conduce ad una determinata azione. La prima distinzione da fare è tra motivazione intrinseca ed estrinseca e tra motivazione incentrata sull attività contrapposta a quella incentrata sullo scopo. Per quanto riguarda la prima si chiama anche automotivazione, considerata la più efficace e persistente, non è rigida e immutabile e può aumentare e diminuire in base alle circostanze. Importante è l’esperienza flow (stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività) che genera uno stato di benessere ed è importante per il rendimento;
  • la volontà non riguarda gli atti riflessi e gli automatismi e ha bisogno dell’intervento dell’intelligenza,dell’apprendimento, della consapevolezza, della responsabilità e della libertà d’azione. Sia la volontà che la motivazione sono all’origine dell’azione e sostengono il comportamento. Il processo volitivo subentra quando la motivazione è carente, insufficiente o indebolita da varie difficoltà. La volontà è sempre rivolta ad uno scopo e presuppone consapevolezza;
  • il bisogno può essere definito come uno stato di carenza che spinge l’individuo a rapportarsi con il suo ambiente al fine di colmarlo. Un’interessante definizione è stata fatta da Murray il quale credeva che il bisogno non fosse un impulso ma un fenomeno individuale legato alla personalità del soggetto.  Fu il primo a mettere in correlazione la psicologia della motivazione con una dettagliata classificazione dei bisogni. Importante è stata la sua classificazione attraverso la famosa piramide dei bisogni;

Il processo della volontà  serve a portare a termine l’azione a fronte di sopraggiunte difficoltà, quando il comportamento motivato è minacciato ed è richiesto un maggiore sforzo di perseveranza e di concentrazione sull’obiettivo. Elemento essenziale della volontà è la capacità di autocontrollo, grazie alla quale il soggetto riesce a fare scelte consapevoli e ad arrivare all’azione concreta orientata al raggiungimento dell’obiettivo finale. I deficit volitivi sono dovuti a scarsa capacità di autoregolazione e controllo di Sé.

Secondo Bueb il deficit di disciplina e autoregolazione impedisce al soggetto di sviluppare la forza di volontà e di raggiungere  l’autonomia e la libertà. Esiste poi uno stato particolare in cui il soggetto è profondamente concentrato sull’attività e raggiunge alti livelli di efficienza pur senza ricorrere all’esercizio della volontà e dell’autocontrollo consapevole. Si tratta dell’esperienza di flusso in cui l’individuo è completamente immersa nell’attività, coinvolta e focalizzata sull’obiettivo. È un’esperienza positiva e favorisce l’emergere di strategie e abilità personali che altrimenti resterebbero inespresse. Sull’onda del rinato interesse intorno alla volontà, si è inoltre riesumato l’antico un modello di severità e disciplina È necessario dunque  coltivare l’attenzione e la riflessione, esercitare la virtù morale, tenersi impegnati in un’attività e controllare le emozioni negative e adottare uno stile di pensiero positivo e ottimista. Nel definire la volontà individuale è stata data importanza ai tratti di personalità. Vengono distinti tre elementi caratteriali: l’emotività, l’attività e la primari età e dalla combinazione di questi derivano otto caratteri fondamentali. Per quel che riguarda l’autoregolazione volitiva è stato riscontrato che le persone orientate all’azioni utilizzano varie strategie, tipo: il controllo dell’attenzione attraverso la raccolta di informazioni pertinenti che poi vengono selezionate e codificate.

Un’altra strategia è il contenimento delle emozioni e il controllo della motivazione e dello stimolo. Importante risulta anche il controllo dell’ambiente,la gerarchizzazione degli intenti  e il controllo dei processi attributivi, infine, ma non in ultimo bisogna incrementare il proprio senso di autoefficacia e al fiducia in sé. Tali strategie  si sviluppano attraverso il consolidamento delle proprie competenze di scelta, lo sviluppo della capacità di pianificazione per poi passare all’azione vera e propria attraverso lo sviluppo dell’autoregolazione e della perseveranza. L’ultima fase  del processo volitivo è quella valutativa dove si gettano le basi per la motivazione e la forza di volontà future. Se si attribuisce una valutazione negativa è possibile rinforzare la capacità di autovalutazione, che deve essere obiettiva e realistica. Per poter rinforzare uno stile attributivo obiettivo può essere utile confrontarsi non solo con standard esterni ma anche con proprie prestazioni analoghe precedenti per verificarne i progressi.

Fondamentale rilievo risultano essere anche i fattori socioculturali e l’ambientali. Le relazioni di scambio individuo-ambiente diventa spesso terreno di scontro tra la volontà individuale e quella esterna, espressa attraverso l’autorità. Trovare il giusto confine tra libera scelta e autorità esterna è difficile ma necessario. L’autorità è necessaria per la maturazione dell’individuo e della volontà autonoma, in quanto fornisce un quadro valoriale di riferimento all’interno del quale il soggetto può scegliere e deliberare consapevolmente. I fattori esterni di autoregolazione possono stimolare l’autoregolazione , aiutando il soggetto nel suo sforzo volitivo. Sono processi facili da controllare, incoraggiare e sviluppare sostengono l’individuo solo in una fase iniziale. L’onere e l’onore di ricorrere a questi processi spettano agli educatori e a chi ha un ruolo direttivo. Riuscire a organizzare e a controllare l’ambiente dall’esterno sono i passi essenziali  per motivare gli individui e fargli sviluppare la forza di volontà.

Un altro tipo di strategia può essere quella di lavorare in gruppo, o di dimostrare interesse verso una particolare attività, nonché enfatizzare gli eventuali progressi compiuti in quell’attività dal soggetto poco volitivo. In tale processo la famiglia riveste un ruolo fondamentale poiché attraverso l’apprendimento e l’interiorizzazione della disciplina il bambino accede alla sua volontà autonoma. Il rispetto delle regole fa si che il bambino costruisca la sua forza di volontà  e sviluppi la sua personalità. I genitori devono calibrare costantemente le proprie convinzioni sulle effettive abilità dimostrate dai figli,attraverso il rispetto della singolarità dei figli innalzano la richiesta d’impegno mano a mano che la volontà si fa sempre più forte per arrivare in maniera sana alla libera scelta consapevole.

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Dott. De Blasio Stefania 

Dieta: quando il rimedio diventa peggiore del problema

Dieta: quando il rimedio diventa peggiore del problema

Quando pensiamo di perdere peso facendo solo una dieta, senza tener conto delle emozioni legate al cibo e al nostro modo di mangiare, abbiamo già perso in partenza. L’effetto negativo a lungo termine di una gestione inappropriata delle emozioni è l’aumento di peso. Tale condizione a sua volta produce emozioni e stati d’animo negativi che spingono le persone a sottoporsi a diete e trattamenti di dimagrimento. Affrontare il problema agendo soltanto sull’aspetto nutrizionale spesso non produce i risultati auspicati.

Capita spesso che una volta iniziata una dieta emergano delle difficoltà a portarla a termine o a mantenere il peso raggiunto.

Tali esperienze fallimentari, se sommate insieme,  peggiorano ulteriormente il problema poiché inducono un senso di scarsa forza di volontà ed efficacia personale, impotenza contribuendo ad abbassare ulteriormente l’autostima e ad assumere un atteggiamento demotivato e rinunciatario.

Per questo motivo è importante conoscere ed agire non solo sugli aspetti nutrizionali, ma anche sugli aspetti emotivi che potrebbero ostacolare un buon rapporto con il cibo.

Molte volte una dieta può essere destinata al fallimento, perché non si è considerato, e quindi non si è modificato, il rapporto tra emotività e cibo.

Essere passivi rispetto al problema alimentare ed assumere un atteggiamento di delega sono condizioni che facilitano l’insorgenza e il mantenimento di stati d’animo negativi.

In tale ottica risulta fondamentale la collaborazione fra la figura del Dietista e quella dello Psicologo/Psicoterapeuta poiché occupandosi sia della natura alimentare sia della dimensione psicologica del problema, si ha la possibilità  di agire più efficacemente.
Le abitudini alimentari sono anche veicolo di comunicazione all’interno del gruppo familiare e rispecchiano atteggiamenti e abitudini . Alcune frasi “tipo” sono  esplicative di  questo “modo” di comunicare utilizzando l’alimento:

  • “Se non mangi, non esci!”
  • “Mangia questo alimento… perchè l’ho preparato per te!!”
  • “Fammi la cortesia, mangia!!”
  • “Se non mangi mamma piange!!”

Questo spaccato di frasi “comuni”, sicuramente più  ricco perché ognuno di noi può integrarlo con tante altre frasi, attingendo al proprio ricordo, ma anche dall’ immaginario collettivo, a conferma che alimentarsi ed alimentare non è un semplice comportamento di consumo, ma rientra in una fascia di comportamenti che riguarda fattori biologici, socio-psicologici, nutrizionali, clinico-medici ecc.

Nessuno di noi, infatti,  mangia solo sostanze inerti, ma anche simboli, tradizioni, abitudini,associati agli alimenti e fortermente radicati nelle relazioni sociali e collettive, ma anche, spesso, in quelle che intratteniamo all’interno della famiglia.

La “famiglia” è, infatti, sia pure  con diverse letture legate alla storia dei costumi e alle mode, il focus delle prime esperienze alimentari  e della formazione delle scelte. Queste ultime  richiedono competenze sia di tipo informativo ( notizie raccolte intorno agli alimenti) che di tipo culturale (abitudini) e cognitivo( apprendere ad utilizzare o meno certi alimenti, conoscerne  le componenti nutrizionali, i valori nutrizionali ecc), ma anche  vere e proprie  relazioni con persone significative che,  nel tempo, creano una rete di informazioni a cominciare dalla scuola fino ai mass media.

Sella base delle proprie tradizioni,abitudini,  tipo di apprendimento, stile di vita ecc, ognuno di noi diversifica le sue scelte.

I fattori che incidono sulle scelte sono  importanti, prima del consumo e dopo di esso, e spesso  sono diversi  :   la scelta iniziale è spesso percettiva, sui  colori, le forme, gli odori di un  ambiente, e la seconda è più legata alla  propria abitudine alimentare ( come cucinare un alimento, come conservarlo, il suo costo, la marca ecc)

Fra i diversi fattori che incidono sul determinare   i comportamenti, la differenza di genere, è particolarmente importante le donne e gli uomini, infatti, fanno scelte alimentari, statisticamente, diverse, non solo per le diverse caratteristiche biologiche che contraddistinguono i due diversi generi, ma anche per gli stili di vita diversi e i diversi sentimenti associati alla nutrizione, compresi pregiudizi e i “falsi miti” o certezze alimentari che affondano le loro radici in terreni diversi.

Il profilo alimentare femminile tende a credere che alcuni alimenti garantiscano la “magrezza” che ,in genere, la donna occidentale moderna ritiene vincente. In molte inchieste  da noi condotte, la ricerca della “magrezza” viene rincorsa da molte donne consumando formaggi , identificandoli con l’attributo di “leggeri”, evitando la pasta attribuendo maggiore potere ingrassante ecc.

Le conseguenze dei falsi miti,  conducono a stili alimentari “ad hoc” spesso sconclusionati sul piano nutrizionale!

Poichè le motivazioni e i bisogni che ruotano intorno alla salute e al corpo, in rapporto all’alimentazione, sono diversi fra uomo e donna, anche gli stili alimentari ripercorrono queste differenze e anche le conoscenze intorno all’alimentazione o alle “buone abitudini” seguono “certezze diverse”

Questo intricato, ma affascinante mondo dell’alimentazione, spesso viene illuminato solo dalla pubblicità con luci non certo imparziali, alimentando falsi bisogni e confusioni di comportamenti molto evidenti

Le abitudini vengono  da lontano e spesso non ci si riflette abbastanza, ma il  primo messaggio “alimentare” avviene in famiglia in fasi molto precoci con l’allattamento e con lo svezzamento.

Solo verso i 3, o 4 anni il bambino incontra con  la scuola, in genere, nuovi modelli alimentari; spesso  si “scontrano” i due mondi, sia per gusto che per  modi di preparazione e spesso le famiglie contrastano  l'”educazione”alimentare scolastica e  i comportamenti  del bambino ne risentono : confusione, inappetenza, capricci, ipernutrizione  ecc

La seconda grande rivoluzione “alimentare” avverrà nell’adolescenza, quando il desiderio di autonomia e identità si esprimerà anche seguendo scelte alimentari fuori casa e più simili a quelle dei gruppi dei coetanei che della famiglia, instaurando gerarchie diverse  dove l’alimento è importante non come nutriente, ma come mezzo di incontro o di piacere : gustoso,  da consumarsi insieme, nei “cult” dei fast food o dei pubs, in modo itinerante, mangiando dovunque a tutte le ore!!

Pur se l’adolescente cambia abitudini, in contrasto con quelle del gruppo familiare,  lo stile con il quale è stato trasmesso il comportamento alimentare in famiglia, lascia spesso il segno perchè è intriso degli stili  dominanti delle personalità  familiare.

Fra gli stili di personalità più frequenti  in soggetti che rivelano alterati comportamenti alimentari, spiccano il “perfezionismo” e l’autoritarismo dicotomico ( o si fa così – o non si fa niente ! è il modello base di questo tipo di personalità) e questi  “tratti” sono  spesso  quelli che hanno prevalso nella famiglia oppure sono una formazione reattiva a tratti troppo lassisti.

Il perfezionismo e il pensiero dicotomico.se troppo esasperati, possono nuocere al buon equilibrio del comportamento, mentre se, più realisticamente, vivono l’errore come  modalità di esperienza formativa  e contengono le frustrazioni, possono essere di stimolo a molti comportamenti equilibrati

Molti stili di personalità che si riflettono  in “modalità educative” sono presenti in alcuni disturbi del comportamento alimentare che, più o meno gravi, ricadono comunque nello stile di vita individuale, condizionandolo e alterandolo scatenando  una serie di  difficoltà genericamente  definibili “disturbi della condotta alimentare”

I disordini alimentari spesso si esprimono con  instabilità dell’umore, ricerca affannosa della performance corporea, diete  fai da te, esasperate e inutili ecc.

Molti di questi disturbi  sono gravi epur ricadendo   in sintomatologia  che hanno aspetti alimentari ( inappetenza,  o eccesso alimentare), sono principalmente disturbi   che riguardano le specializzazioni  della Psichiatria, Neuropsichiatri e la Psicologia .

Quando si parla in questi termini, ci si riferisce a vere e proprie malattie come l’Anoressia Nervosa, la Bulimia Nervosa e il Mangiare Compulso e non a disturbi del comportamento alimentare.

L’Anoressia, Bulimia, e il “Binge Eating” o Compulsione, sono malattie che, per essere diagnosticate, debbono essere oggetto di osservazione non solo del medico, in prima istanza  di famiglia, al quale il genitore deve rivolgersi ai primi “sintomi”, ma, ribadiamo, dagli specialisti ad hoc!!

Spesso le famiglie  sono spaventate dalle parole “psichiatria ” o consimili e, invece,   queste malattie appena citate, prese in tempo, si contengono ed anche risolvono, alleviando, con la cura, la vita del paziente  oltre che della sua famiglia.

Alcuni campanelli d’allarme da “osservare” : – Se un figlio adolescente di 12, 13, 14 anni, protrae e persiste nel rifiuto costante verso ogni tipo di cibo; se  si allontana troppo spesso appena finito di mangiare e si rifugia in bagno; se preferisce mangiare isolato dalla famiglia  o pone attenzione esasperata alla sua immagine corporea; se nega fortemente ogni verità sulla magrezza del proprio corpo…,questi sono alcuni  dei più evidenti e semplici sintomi, che  vanno discussi con il proprio  medico .

Altri disturbi dell’alimentazione   “meno” gravi ma ugualmente socialmente  con ricadute pesanti  nell’aspettativa di vita del paziente, sono le iperalimentazioni  con sovrappeso e obesità.

Spesso conseguenza di scorrette modalità di alimentarsi ( mangiare in continuazione e dovunque”Nomadizzazione”, fare un solo pasto , fare pasti solo liquidi, ricorrere a diete continue ed autosommistrate ecc sono  esperienze che  molti obesi  hanno in comune, prima di diventare obesi!!); l’obesità  si accompagna anche a disturbi della pelle, disturbi dell’umore, dell’apparato muscolare ed osseo, cardiovascolare ecc.

L’obesità, grande fantasma che copre molti paesi “ricchi” è spesso frutto di insane e pregiudiziali competenze che penalizzano molti alimenti a fronte di altri, con  associati sbagli e pregiudizi, ma anche frutto di stili di vita sedentari, escluse le obesità di tipo  genetico.

Spesso l’obesità dei genitori si estende ai figli, ma anche spesso  i bambini sono  “ciccioni”,di per sè, perchè le mamme li “affogano ” di alimenti seguendo insani fantasmi di “benessere” pregiudizialmente associato all’aspetto “florido”  come espressione di “salute” o perchè essi stessi, integrano con merendine e snack i pranzi fatti in casa,  aggiungendo calorie a calorie e non  applicando attività fisica  adeguata.

Poichè spesso in età giovanile l’alimento tende ad essere scelto per  i suoi aspetti “edonistici”, il permanere di questo criterio di scelta giuoca un ruolo  a favore  non certo della frutta e verdura, che non sfoggiano alto potere gustativo, mentre  vengono privilegiati  cibi grassi e dolci, che fisiologicamente sono  molto palatabili.

L’industria, che ne propone in continuazione( merendine, patatine, caramelle, bastoncini, fagottini ecc), ne conosce la suggestione gustativa e la enfatizza con sorprese, immagini, fantasie, logo, spot, animazioni…

Questi alimenti vengono spesso consumati più per il loro forte potere gustativo, che non per un eventuale giudizio nutrizionale su di essi e rivelano  scelte di consumo più basate su aspetti  “emotivi” ( mi piace,  lo mangio in compagnia, mi fa piacere ecc) che ” conoscitive” ( nutrienti, calorie, stato della fame ecc)!!

La pubblicità   enfatizza questi prodotti, con linguaggio persuasivo, seguendo regole di comunicazione che perseguono sopratutto  il profitto; tutto ciò, associato  alla facilità di reperimento di molti di essi, al loro costo spesso a buon mercato,   alle scarse conoscenze intorno alla loro “biodisponibilità” o  l’assorbimento che ne facciamo, la scarsa attività fisica costante che ci caratterizza, la gustosità del prodotto, la facilità di conservazione   ecc, coattivano molti altri fattori e si confluisce facilmente verso il sovrappeso che distingue gran parte della popolazione occidentale, nonostante tanto e continuo impegno  della medicina preventiva!!

La psicologia, applicata all’alimentazione,è una branca recente e, insieme alla medicina preventiva e alla scienza dell’alimentazione, propone qualche “blando” e superficiale suggerimento, per sottolineare l’importanza di  non  disgiungere  la conoscenza cognitiva dal piacere  di gustare cibi, rimettendo l’alimento al ruolo di mezzo” per la vita  e non “causa” di essa, riposizionandolo nel dovuto “posto” nelle relazioni affettive e sociali. Per  concludere, suggeriamo maggiore   senso critico verso i messaggi pubblicitari, maggiore attenzione agli stimoli della fame e a quelli della sazietà e attenzione a nutrire  non il “fantasma” che è in noi, ( il solitario, l’aggressivo, l’abbandonato, il goliardico, la  maliarda, il perdente ecc), ma  le nostre esigenze più vere, riflettendo con attenzione, non solo sulle informazioni nutrizionali, ma anche  sulla nostra personalità, le nostre relazioni, il nostro stile di vita.

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Dott. De Blasio Stefania

 

Perfezione o perfetta imperfezione?

Perfezione o perfetta imperfezione?

La perfetta imperfezione. Il trattamento degli ideali irraggiungibili

Quali sono i meccanismi psicologici, relazionali, sociali che determinano e rinforzano la tendenza alla perfezione ,ingabbiando molti individui e impedendo loro di vivere in maniera autentica? Quanto è possibile isolare il perfezionismo da sintomo di un disturbo a sindrome a se stante? Cercherò all’ interno di questo articolo di rispondere a queste domande partendo dall’analisi  dei comportamenti di soggetti eccessivamente pignoli, scrupolosi e meticolosi.   La voglia di essere perfetti determina un’aspirazione irreprensibile che ha come conseguenza il non essere mai soddisfatti, qualsiasi cosa si faccia. L’uomo ritiene che si possa trovare il meglio, l’ottimo, la perfezione, in qualsiasi ambito, e che quindi la perfezione esista. La perfezione è sempre associata alla felicità, all’armonia ,alla pienezza dell’essere, ma il perfezionista non è una persona libera, ha un impulso represso: DEVE

Il concetto di “perfezione è lontano nel tempo, nella cultura greca una capacità può dirsi perfetta quando non si può concepire nulla di superiore e quando raggiunge il vero proprio fine. Nel Medioevo perfetto è l’uomo senza macchia e difetti. La perfezione cristiana è essenziale, operativa, strumentale e finale.. Jung invece distinguerà perfezione e completezza, dove la perfezione appartiene agli dei, la completezza o la totalità è il massimo cui un essere umano può aspirare: l’archetipo. Ricardo Peter, autore della terapia dell’imperfezione, ridona dignità al limite come dimensione in cui l’individuo nasce, vive, cresce e sperimenta se stesso incontrando la realtà: l’uomo è limitato e definito dal limite.

Nella Psicologia del perfezionismo, il cui concetto risale alla fine degli anni ’70 ,la perfezione viene intesa  in termini unidimensionali: stabilire standard non realistici per se stessi, attenzione selettiva verso il fallimento, pensiero dicotomico (successo pieno o totale fallimento) (Hollender,1965,Hamacheck, 1978, Burns, 1980). Secondo tali autori esisterebbe un perfezionismo normale, ovvero quando il soggetto è soddisfatto degli obiettivi raggiunti; e un perfezionismo nevrotico, cioè quando non si è mai soddisfatti della propria performance.  Inoltre negli uomini è stato rilevato un perfezionismo legato a comportamenti dominanti , nelle donne ad atteggiamenti di sottomissione, quando il perfezionismo è donna è superdonna. Il perfezionismo va inteso come caratteristica che si sviluppa attraverso l’interazione con l’ambiente. Esistono particolari convinzioni (schemi cognitivi) che si sviluppano durante l’infanzia. La convinzione alla base è che  ci si merita  attenzione solo se si è perfetti. I fattori che possono esercitare pressioni perfezionistiche sono: genitoriali, del bambino e ambientali. Gli individui possono sviluppare un perfezionismo diretto verso se stessi o verso gli altri. Il perfezionismo può essere generato da:  aspettative sociali( aspettative genitoriali troppo alte); dall’apprendimento sociale( imitazione del perfezionismo genitoriale);dalle reazioni sociali (reazione del bambino ad ambiente malsano e alla vergogna); dall’innalzamento dell’ansia (eccessiva preoccupazione dei genitori di essere imperfetti e loro iperprotettività). Si può dedurre che i perfezionisti provengono da ambienti familiari particolari. Esistono  genitori con atteggiamento caloroso contro un punitivo-severo, alto o basso controllo. In sintesi i perfezionisti possono provenire da ambienti eccessivamente critici, rigidi con regole ed esagerate richieste, o da un ambiente caotico, dove mancano certezze da cui ne deriva che il bambino si crea le regole da solo. Quando i bambini vivono una relazione con la madre sistematicamente contraria alle loro iniziative autentiche, la percezione che ne traggono è di ostilità materna al loro vero Sé, da qui deriva una rinuncia al normale desiderio di stabilire con gli altri un contatto emotivo. Il bambino mette in atto un omicidio psichico, cioè le emozioni verranno vissute solo verso persone nei cui confronti non c’è attaccamento. I bambini con tratti perfezionistici  sperimentano uno stile di attaccamento insicuro-ambivalente poiché l’altro è considerato validatore della propria identità e ciò lo trasforma in un giudice pericoloso da evitare e fuggire. Nell analisi transazionale il messaggio spinta è : sii perfetto che genera il microcopione “sono Ok finchè perfetto e irreprensibile, altrimenti non valgo nulla e merito di essere punito o di non esistere” facendo anche emergere un conflitto tra crescere e non crescere. L’immagine che abbiamo di noi stessi è l’insieme delle conoscenze e delle valutazioni che pensiamo gli altri abbiano di noi. In particolare i soggetti con tratti perfezionistici di personalità nelle relazioni con gli altri sono animati da emozioni quali: vergogna, imbarazzo, orgoglio e senso di colpa.

Perfezionismo e narcisismo: quale relazione?. Secondo Kunth il narcisismo primario è espresso dal bambino attraverso il controllo che ha della relazione con la madre poiché non distingue un IO-TU. Tale visione onnipotente è presto smantellata dalle imperfette cure materne, quindi tutto ciò che è perfetto è parte del Sé, il resto parte del Tu. Oppure il bambino cerca di salvaguardare la perfezione infantile perduta attraverso la costruzione di due strutture narcisistiche : il Sé grandioso-esibizionistico e l’imago parentale idealizzata. Quando le gratificazioni vengono meno si andrà a formare un Super –Io rigido che porta ad una crisi del Sé grandioso che si manifesta con tratti perfezionistici di personalità. Inoltre comporta molta rabbia che spesso è violenza, anche se si maschera di rabbia coscienziosa, precisa, pulita, obbediente.  Mitchell invece identifica un modello definito modello di conflitto relazionale. Le configurazioni psicopatologiche hanno origine nella ripetizione di modelli relazionali inadeguati e perpetuati come modalità interattiva;quest’ultima si è appresa nella relazione con i genitori, i quali non hanno avuto la capacità di godere delle illusioni per poi disimpegnarsi da esse. Mitchell ha presentato tre tipi di illusioni narcisistiche del transfert: illusioni di grandiosità, di identicità e di idealizzazione. Dunque perfezionismo e narcisismo sono riconducibili a matrici comuni, ma i criteri diagnostici non sono sovrapponibili. Il disturbo narcisistico di personalità deve presentare almeno 5 dei seguenti sintomi: senso grandioso d’importanza,fantasie illimitate di successo, crede di essere speciale, richiede eccessiva ammirazione, crede che tutto gli sia dovuto, mancanza di empatia, sfruttamento interpersonale, invidioso, arrogante e presuntuoso. Il narcisismo può essere overt( fantasie di successo, disprezzante, non empatico, non genuino)  e covert (si vergogna, ha dubbi, si sente fragile ma cerca gloria e potere). Il corollario della sindrome da perfezionismo prevede: paura del fallimento, standard elevati , necessità di autocontrollo, attenzione selettiva nei confronti del fallimento, modalità pregiudiziale di valutazione. Entrambi i quadri presentano sentimenti di umiliazione, vergogna,  e autocritica. Spesso si associano a ritiro sociale, umore depresso, attenzione a mantenere nascosti alcuni aspetti del Sé, ne nasce una battaglia tra richieste del Sé reale e richieste del falso Sé che portano a malattie psicosomatiche e a meccanismi ipocondriaci. Inoltre entrambi tendono all’isolamento proprio per evitare il crollo dell’idealizzazione, propria ed altrui, poi l’isolamento protegge dall’intimità che scatenerebbe le richieste arcaiche affettive del Sé reale.

Tratti perfezionistici sono riconducibili ai disturbi alimentari, è fattore di rischio specifico per l’anoressia nervosa e la bulimia. Sembrerebbe esistere una relazione tra perfezionismo,insoddisfazione corporea e autostima. Le persone affette da anoressia nervosa concentrano tutti i loro sforzi nel controllare, prevedere e gestire gli aspetti della propria vita, in particolare verso il proprio corpo. Il perfezionismo si associa anche alla depressione, una tendenza ossessiva al perfezionismo, competere con gli altri ricavandone spesso un senso di frustrazione e di insoddisfazione, tratti di personalità dipendenti, bassa autostima e forte tendenza all’autocritica possono correlarsi a questo disturbo.. Il perfezionismo è associato all’ansia. Il soggetto ansioso vivrebbe con il mito del controllo assoluto, ritenendo che sia possibile ottenerlo e rimanendo con il dubbio perenne di non riuscire a possederlo. Il controllo è indispensabile della condizione di tranquillità, il controllo non è la soluzione dell’ansia ma una sua componente, è un obbligo imprescindibile.

Il perfezionismo è un tema ricorrente anche per l’ossesivo-compulsivo, anche se l’angoscia è più evidente, ha più paura di avere problemi ed è maggiormente cosciente della vergogna che rischia. La ricerca della perfezione è un tentativo di controllare i propri sentimenti in modo da essere una persona corretta. Chi cerca la perfezione tende ad esercitare un controllo progressivo su spazio, tempo e vita stessa.  Anche la fobia sociale è altamente correlato al perfezionismo. Chi soffre di fobia sociale evita le situazioni sociali proprio per  il timore di comportarsi in maniera sbagliata e di essere respinti. Tale struttura di personalità si snoda intorno all’ansia, alla paura e alla vergogna. In ultima analisi c’è da considerare il legame che intercorre tra perfezionismo e malattie psicosomatiche. I perfezionisti concentrati su di se sono a rischio di depressione,suicidio e disordine alimentare, inoltre sono soggetti predisposti a sindromi da intestino irritabile.

Dott.Stefania De Blasio, Psicologa

 

coppia e conflitti: come imparare a gestirli

coppia e conflitti: come imparare a gestirli

Conflitti di coppia: riconoscerli e gestirli

Quando parliamo di coppia, già solo per il fatto che si parla di due individui, non possiamo non parlare di confronto, discussioni e litigi. Spesso tutto ciò è salutare e costruttivo, in alcune circostanze, quando le nostre emozioni e la nostra rabbia prendono il sopravvento, ci troviamo ad affrontare una vera e propria battaglia di coppia, nella quale non ci si ascolta, ci si accusa, si recrimina e non si trovano soluzioni. Quando discutiamo in preda alla rabbia, le nostre emozioni ci portano a mettere in atto dei meccanismi che causano un blocco della comunicazione e si finisce con il litigare, ritirarsi o evitare il conflitto, biasimare o accusare, non ascoltare l’altro o cambiare discorso di accusa (ad esempio far riferimento a problemi passati o ad altri problemi irrisolti).

Bisogna tener presente che quando si discute, stiamo cercando di esprimere all’altro dei nostri bisogni, delle nostre paure e dei nostri dispiaceri. La rabbia infatti è un insieme di dolore e delusione.

Meccanismi che ostacolano la comunicazione

All’interno di una discussione di coppia è frequente l’utilizzo del messaggio TU (“sei tu che ti comporti male!”, “sei tu che torni a casa tardi!” “tu non mi capisci”). Tale messaggio è un messaggio colpevolizzante ed accusatorio che porterà il nostro interlocutore a chiudersi e a mettersi sulla difensiva. Penserà quindi a difendersi prima che a capire e ad ascoltare. Inoltre il sentirsi accusato susciterà sentimenti di rabbia e cercherà argomenti per attaccare l’altro.

Utilizzo di “mai” e “sempre”. Questi sono termini assolutistici. Quando ci sentiamo dire che non facciamo “mai” una determinata cosa o che ci comportiamo ” sempre cosi” ci sentiamo svalutati e accusati in toto e la nostra reazione è sempre quella di difenderci e provare rabbia.

Risolvere problemi quando si è in preda all’emozioni è quindi molto difficile in quanto o ci ritiriamo ed evitiamo il conflitto aumentando frustrazione e rabbia, o ci mettiamo sulla difensiva. In entrambi in casi la comunicazione viene bloccata, con il risultato che non ci si ascolta.

Cosa fare allora per gestire in un modo costruttivo un conflitto

E’ importante, innanzitutto calmarsi prima, non affrontare direttamente l’argomento quando ci sentiamo troppo arrabbiati.

Stabilire da subito delle regole come ad esempio il parlare a turni, esplicitando questa necessità con frasi come “Facciamo a turno, prima parli tu (o viceversa) e io ti ascolto e cerco di comprenderti e poi parlo io per come ho vissuto le cose io, senza interromperci altrimenti non riusciamo a capirci”.

Quindi:

  • fermarsi e calmarsi
  • stabilire regole e luogo neutro dove parlare
  • non interrompersi
  • dimostrare di capire l’altro

Evitiamo di usare il messaggio TU e cerchiamo di utilizzare il Messaggio IO. In questo modo metteremo in primo piano quelle che sono le nostre emozioni, come noi abbiamo interpetato la situazione cosa noi abbiamo provato a seguito di un determinato comportamento. Questo permetterà al partner di non sentirsi accusato ma di mettersi nei panni di quello che stiamo provando noi.

Quindi:

  • Come ci sentiamo, nostri sentimenti (io mi sento..)
  • Comportamento del partner o situazione (quando tu… o quando succede…)
  • Si specifica in che modo tale comportamento ci suscita quell’ emozione (perchè…)
  • Si esprime ciò che si desidererebbe, il nostro bisogno. (io vorrei..)

Con la frase “Io mi sento triste – Quando non mi ascolti – Perché mi sento ignorato e non capito – E vorrei che tu mi considerassi di più” si otterranno sicuramente più risultati che non utilizzando la tecnica messaggi tu “E’ colpa tua – Quando tu non mi ascolti – Perché mi ignori – Tu sei un egoista”. Nell’ultimo caso l’interlocutore si offenderà, o si arrabbierà e probabilmente attiverà un atteggiamento di difesa che interferirà con la comunicazione.

Dimostrare di ascoltare l’altro e cercate di capire quello che vi sta dicendo. Riassumete o parafrasate quello che ha detto e verificate se avete capito (“quindi stai dicendo che quando succede questa cosa tu ti senti triste, intendi questo? “).

In questo modo dimostriamo all’altra persona che la stiamo realmente ascoltando e che stiamo cercando di capirla.

Infine è importante concentrarsi sul problema attuale e non tirare fuori altri problemi non inerenti a quello presente. E’ necessario, quindi “rimanere in tema” per riuscire davvero a risolvere la questione.

Bisogna, quindi:

  • focalizzarsi su un problema,
  • concordare su cosa parlare
  • eprimere i propri bisogni e sentimenti
  • cercare insieme varie soluzioni possibili (anche scrivendole e facendo una lista)
  • non fare promesse ma programmarsi piccoli obiettivi da raggiungere e verificare poi se sono stato raggiunti.

Comunicare all’interno della coppia in situazioni di stress può non essere facile se non ci sentiamo capiti, non ci sentiamo ascoltati, ci sentiamo accusati.

Modificando il modo in cui comunichiamo e cosa comunichiamo ci dimostriamo più aperti all’altro e sentiremo l’altro piu vicino a noi.

Sarà quindi possibile capirsi, ascoltarsi e non accusarsi.

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Dott. De Blasio Stefania